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Perché il reddito di cittadinanza non è un reddito di cittadinanza

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Come si deve valutare il tipo di reddito di cittadinanza introdotto in Italia? In nessun modo, perché non è un reddito di cittadinanza. Era un reddito di cittadinanza quello di 1000 euro al mese per ogni cittadino che era stato proposto dai Cinque Stelle nella campagna elettorale del 2013, ma così come viene proposto ora è un’altra cosa. È sicuramente più della vecchia cassa integrazione, che andava solo a chi aveva avuto un certo tipo di contratti di lavoro dipendente. Per un certo verso assomiglia a quei sussidi di disoccupazione che sono tipici della tradizione europea ma che in Italia erano sempre mancati. In particolare, se lo riceve un disoccupato impone l’obbligo di iscriversi a un centro per l’impiego, di offrire alla comunità 8 ore settimanali per progetti e lavori socialmente utili, di frequentare corsi di qualificazione o riqualificazione professionale, di accettare una delle prime tre offerte di lavoro pervenute, di effettuare la ricerca di un lavoro per almeno due ore al giorno, di non recedere da un contratto senza giusta causa due volte in un anno. Però sarà erogato solo per non più di tre anni, ed inoltre non andrà solo ai disoccuparti ma anche a tutti coloro che un lavoro lo hanno, se ne ricavano un reddito inferiore alla soglia di povertà stabilita dall’Istat.

A cosa somiglia il reddito di cittadinanza

È comunque più del Reddito di Inclusione introdotto dal governo Gentiloni nel 2017, che era limitato a 18 mesi rinnovabile per altri sei e andava dai 190 euro per i nuclei di una sola persona fino a 490 per nuclei familiari di cinque o più persone. Questo arriverà invece a 780 euro mensili: aumentabili per figli a carico, fino a 1630 euro: ma riducibili in caso di casa in proprietà (380 euro) di altri redditi. Ma la temporaneità lo rende distinto dalle misure di sostegno alla povertà propriamente dette. La somma viene poi ridotta in caso di altri redditi in modo da arrivare tra l’una e gli altri ai 780 euro previsti – o all’altra somma prevista con figli a carico. E ciò avvicina dunque questo istituto all’imposta negativa sul reddito pensata da Milton Friedman: e l’idea potrebbe essere ancor più suggestiva proprio perché collegata alla Flat Tax. La Scuola di Chicago proponeva infatti un’imposta personale sul reddito che, al di sotto di una determinata soglia di minimo imponibile si trasformerebbe in un sussidio, pari alla differenza tra il reddito standard minimo e il reddito familiare effettivo. E la sostenibilità sarebbe garantita dal fatto che sostituirebbe ogni altra forma di assistenza sociale. Da ricordare che Grillo in effetti nel suo blog sosteneva un approccio simile a questo. “Ogni mese lo Stato deve pagare 19 milioni di pensioni e 4 milioni di stipendi pubblici. Questo peso è insostenibile, è un dato di fatto, lo status quo è insostenibile, è possibile alimentarlo solo con nuove tasse e con nuovo debito pubblico, i cui interessi sono pagati anch’essi dalle tasse. È una macchina infernale che sta prosciugando le risorse del Paese. Va sostituita con un reddito di cittadinanza”.

 

reddito di cittadinanza
C’è in più l’ulteriore particolare che il “reddito” non sarà dato in contanti, bensì attraverso una apposita card: non prelevabile in contanti, e utilizzabile solo per beni di prima necessità. Ciò potrebbe evocare il famigerato Carnet de la Patria che il regime venezuelano utilizza come strumento di controllo sociale di una popolazione affamata, ma in effetti anche negli Stati Uniti si sostengono i poveri con formule simili. E con la Cartão do Cidadão funziona anche quella Bolsa Familia che in Brasile è stata un fiore all’occhiello delle Amministrazioni Lula, e che prevedeva per le famiglie con reddito pro-capite mensile al di sotto di sotto di una soglia di povertà pari a 56 dollari per 5 anni uno stipendio mensile da 13 dollari per ogni bambino vaccinato sotto i 16 anni che frequenti la scuola e per 2 anni uno stipendio mensile da 15 dollari per ragazzi di 16 o 17 anni che frequenti la scuola; oppure 28 dollari al mese per le famiglie il cui reddito pro-capite mensile sia appunto sotto quella soglia di povertà estrema. Insomma, quello che parte in Italia è un ibrido; o di un pasticcio: più ancora che dai punti di vista, la definizione dipende da come funzionerà nella pratica. Ma il reddito di cittadinanza, appunto, è un’altra cosa. È una somma fissa che viene data a ogni cittadino a prescindere dal suo reddito, e senza controllare cosa vi faccia: tra l’altro, qua invece non solo il reddito non sarà dato alla maggioranza dei cittadini, ma ne avranno invece diritto i non cittadini residenti da almeno 10 anni.

“Reddito di cittadinanza nel mondo”: successi, insuccessi e esperimenti

Il grande modello sono le frumentationes, che l’Impero Romano in effetti istituì per compensare la cittadinanza della disoccupazione di massa provocata dalla schiavitù: diventa allora suggestivo il parallelo con chi oggi propone il reddito di cittadinanza come strumento per compensare della disoccupazione di massa provocata dalla diffusione dei robot. “Panem et circenses” fu la famosa definizione che ne diede Giovenale. Alle elargizioni di derrate, denaro e biglietti gratis per gli spettacoli avevano diritto 200.000 persone, e per finanziarle si spendeva in quinto del bilancio dello Stato. È vero che in realtà la distribuzione si faceva solo nella capitale. Nell’antichità una forma di reddito di cittadinanza potrebbe essere considerata la proposta di redistribuire ai cittadini ateniesi gli introiti delle miniere di argento del Laurio. In effetti poi Temistocle convinse i suoi concittadini a utilizzarli invece per realizzare quella flotta che avrebbe poi sconfitto i Persiani a Salamina. Sembra che pure il califfo Abu Bakr abbia realizzato una misura del genere, finanziandola con i proventi delle conquiste.

Il modello che non fu applicato a Atene è invece oggi in funzione in Alaska, dove lo Stato ridistribuisce a ogni cittadino i proventi delle royalties petrolifere. Non è una somma fissa, perché dipende ovviamente da quanto il petrolio ha fruttato. Ma più o meno corrisponde a 100-200 dollari al mese. L’Iran dal 2011 dà invece 40 dollari al mese a ogni cittadino, come compensazione per i sussidi al petrolio e al gas che in quell’anno furono tagliati. In effetti la misura è costata più di quanto non sarebbe costato mantenere quei sussidi, ma secondo alcuni economisti se si valuta effetto complessivo in termini di aumento della domanda e del Pil il bilancio sarebbe positivo. Qualcosa del genere l’aveva proposto anche Manuel Rosales, candidato dell’opposizione venezuelana contro Chávez alle presidenziali del 2006. All’epoca governatore dello Stato petrolifero di Zulia, aveva detto che se davvero la rivoluzione bolivariana voleva redistribuire gli utili del greggio, allora sarebbe stato meglio caricarli su una carta di credito da distribuire a ogni cittadino. Così si sarebbero evitate sia gli utilizzi di parte, sia le appropriazioni indebite da parte di politici e burocrati. Fu però sconfitto. Sempre traendolo dagli utili del petrolio, il governo di Gheddafi sosteneva poi di versare a ogni cittadino un reddito da cittadinanza di 1000 dollari all’anno, più altre elargizioni. Non è però servito a mantenere il consenso quando si è innescato il contagio delle Primavere Arabe. Al di là della disponibilità di ricchezze minerarie da redistribuire, il tema comunque ha suscitato intensi dibattiti. Abbiamo visto la variante “di destra” alla Friedman, ma idee simili sono state proposte da guru del pensiero progressista come Bertrand Russell, Ernesto Rossi, il padre dell’ecologia politica André Gorz, i teorici del post-marxismo Toni Negri e Michael Hardt, il leader dei verdi finlandesi Osmo Soininvaara, il denunciatore della globalizzazione Guy Standing, il fondatore del Pt brasiliano (con Lula) Eduardo Suplicy, Martin Luther King, i Nobel per l’Economia James Tobin e Paul Samuelson, l’economista kennedyano John Kenneth Galbraith, e soprattutto Jeremy Rifkin. Quest’ultimo, soprattutto, dalle sue famose teorie sulla “fine del lavoro” ha dedotto che proprio il sempre minor bisogno di manodopera per la produzione impone la redistribuzione di reddito, per sostenere la domanda. Ma anche Pino Rauti lo chiedeva, e andando più indietro c’è Agrarian Justice, pamphlet di Thomas Paine nel 1797. C’è però pure chi lo contesta. Dal Nobel per la Pace Muhammad Yunus ai comunisti spagnoli.

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Più di recente ci sono poi vari esperimenti. In Svizzera un referendum è stato fatto il 5 giugno del 2016, appunto con la richiesta di istituire un reddito di cittadinanza equivalente a 2500 franchi (=2250 euro) euro al mese per ogni adulto e 625 franchi ogni minorenne. Solo 568.660 svizzeri hanno detto sì, il 23,1 per cento dei votanti, contro 1.897.528, il 76,9. Ma Daniel Haeni, il proprietario di un caffè di Basilea da cui è partita l’iniziativa, ha definito il risultato “favoloso e sensazionale”: “non mi aspettavo più del 15%, stiamo creando una tendenza”. In Finlandia è in corso un programma pilota per 2000 persone che nel corso di due anni ricevono 560 euro al mese senza alcun obbligo o contropartita. E anche una quarantina di comuni olandesi – il più importante Utrecht – hanno prescelto 300 disoccupati o comunque beneficiari di aiuti sociali per ricevere in un anno 900 euro al mese, e a ogni famiglia 1300: una somma che resterà invariata anche se troveranno lavoro. L’economista Loek Groot, della prestigiosa Università di Utrecht, vuole verificare sia se i destinatari diventeranno passivi o più creativi; sia se alla fine reddito di cittadinanza permetterà o meno di risparmiare rispetto a altre forme di assistenza. Il terzo esperimento, a Oakland in California, è su 100 famiglie destinatarie di tra i 1000 e i 2000 dollari al mese, e sarà gestito da una organizzazione privata: Y Combinator, società di venture capital che è stata definita da Forbes come “il più potente incubatore di startup del mondo”.

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