Cultura e scienze

Come è caduto l’Impero Romano

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Perché cadde l’Impero Romano? Colpa dei Barbari, come sosteneva in particolare André Piganiol e come oggi tornano a evocare i teorici dell’allarme immigrazione? L’effetto dissolvente del Cristianesimo, secondo la vecchia tesi cara a Edward Gibbon e a Voltaire? Il raggiungimento di una capacità massima di espansione dopo il quale fu necessario passare da un sistema di difesa avanzata a uno di difesa in profondità che accentuando l’importanza delle fortificazioni precipitò la globalizzazione in feudalesimo, secondo quanto teorizzava La grande strategia dell’Impero Romano di Edward Luttwak? Pure Friedrich Engels puntava il dito sulla fine delle grandi guerre di conquista, che non alimentando più il flusso di schiavi necessario al modo di produzione schiavistico avrebbe portato alla servitù della gleba e all’economia curtense. Max Weber incolpò l’inflazione. Angelo Fusari il mancato decollo capitalista. Mikhail Rostovtsev sottolineava. Santo Mazzarino e Giorgio Ruffolo dicevano che era stata semplicemente la ripresa dei vecchi nazionalismi. Sono tesi che non si escludono affatto tra di loro, e possono anzi sostenersi a vicenda. Ma, se alla fine, fosse stato tutto semplicemente un problema di pensioni?

Come è caduto l’Impero Romano

Secondo un rapporto del World Economic Forum, nel 2050 i sistemi pensionistici di otto Paesi che rappresentano assieme la maggior parte dell’economia mondiale salteranno per mancanza di sostenibilità. Attenzione che non stiamo parlando dell’Italia: nella lista ci sono infatti Stati Uniti, Regno Unito, Cina, India, Giappone, Canada, Australia e Paesi Bassi! E che succede quando un’economia di dimensioni mondiali non riesce più a sostenere un sistema pensionistico? Narra Svetonio: “Augusto uniformò la paga e i premi di tutto l’esercito secondo il grado militare, fissando al tempo stesso la durata della ferma e gli emolumenti dovuti al suo completamento, di modo che i soldati, tornati alla vita civile, non avrebbero avuto motivo di ribellarsi perché troppo vecchi o privi del capitale bastante a guadagnarsi onestamente da vivere”. Per “capitalizzare” il sistema, il fondatore dell’Impero sacrificò il suo patrimonio personale, spendendo 600 milioni di sesterzi in Italia e 280 nelle province in acquisti di terre per i veterani.  Anche se erano soldi che i veterani stessi gli avevano procurato, quando avevano sottratto a Cleopatra l’erario statale egiziano. Ma già il bilancio dell’imperatore era andato in sofferenza, tanto che si era iniziato a supplire con quelle requisizioni di cui la vittima più illustre fu il poeta Virgilio.

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Nel 6, dunque, Augusto pensò di inaugurare una delle più durature tradizioni italiane, statalizzando il deficit in un aerarium militare che si mangiò gli ultimi 170 milioni rimasti. Per alimentare questa prima Inps della storia, furono istituite allora due imposte: una del 5% sulle successioni, ed una dell’i% sulle vendite all’incanto. Come ha scritto lo storico Jean-Michel Carrié, tra salari, premi di arruolamento, premi di smobilitazione, esenzioni fiscali, assegnazioni di terre e concessioni di cittadinanza, la militia romana era “una sorta di piano di risparmio, con versamenti di premi periodici nel corso del contratto e costituzione di un capitale disponibile alla scadenza, accresciuto da interessi sotto forma di prestigio sociale”. Purtroppo, era un sistema che “mimava” gli effetti della “capitalizzazione”, ma poteva effettivamente alimentarla solo coi bottini di guerra. Anche in questo schema dunque, come in quelli di Engels e di Luttwak, i guai iniziano quando con Traiano si è finito di conquistare il conquistabile. Oltre il confine africano c’è il deserto; la Persia degli Arsacidi e poi dei Sasanidi è uno Stato troppo solidamente organizzato per debellarlo; la Germania dai tempi di Teutoburgo si è rivelata una terra troppo costosa da occupare. Adriano, successore di Traiano, addirittura si ritira dall’Iraq, pur di ottenere la pace. Più tardi Aureliano mollerà perfino la Dacia, pur con la sua profonda romanizzazione.

Anche gli antichi romani avevano il “reddito di cittadinanza”

A quel punto, le pensioni militari finirono per gravare sui contribuenti. E non solo le pensioni. Il limite del bisogno Antropologia economica di Roma arcaica è un libro in cui Cristiano Viglietti, antropologo del mondo antico, spiega il contratto sociale di Roma antica nella forma del diritto di ogni cittadino a due iugeri di terra a testa: il mezzo ettaro che si poteva arare in due giornate di lavoro con una coppia di buoi al giogo, corrispondente al minimo che serviva al cittadino romano per avere l’autosufficienza economica. Proprio l’assegnazione dei due iugeri sanciva la concessione della cittadinanza allo straniero, allo stesso modo in cui oggi si dà il passaporto. Perché proprio quell’indipendenza economica assicurava che il cittadino potesse adempiere a proprie spese ai propri diritti e doveri fondamentali: contribuire alla formazione della volontà politica della res publica nei comizi, e partecipare alla sua difesa nell’esercito. Ma, come si impara a scuola, la storia di Roma è appunto dominata dalla rottura continua di questo equilibrio e dal tentativo di ricostituirlo. I soldati impegnati nelle guerre infatti erano costretti a rivendere le terre non coltivate e a cadere nell’indigenza. E i riformatori sociali tipo i Gracchi chiedevano di ridistribuire le terre per ricreare l’originario equilibrio. Alla fine furono gli stessi leader dei populares a rendersi conto che l’antica società dei piccoli coltivatori-soldati non era più riproponibile, nella metropoli ormai padrona del Mediterraneo. E nel grande compromesso che portò all’Impero i termini della questione cambiarono del tutto.

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Da una parte, infatti, i soldati divennero professionisti. Dall’altra, si accettò che la grande proprietà lavorata da schiavi era economicamente più produttiva dei piccoli appezzamenti. Ma al posto dei due iugeri i cittadini, per lo meno nella capitale, ottennero il diritto alle frumentationes: la distribuzione di un reddito di cittadinanza rappresentato non solo dai generi alimentari, ma anche dall’accesso agli spettacoli pubblici e alle terme. Il panem et circenses, ma anche il diritto all’igiene di massa, che solo poteva assicurare che le grandi concentrazioni urbane dell’Impero non fossero travolte dalle epidemie. Ma anche le terme dopo un po’ cominciarono a creare un problema di sostenibilità, per via della sempre maggior quantità di legname che assorbivano: una vicenda ricostruita da Jeremy Rifkin in un denso paragrafo sulla “termodinamica di Roma antica” nel suo L’economia all’idrogeno. E tutto va allora assieme. Per finanziare reddito di cittadinanza e pensioni la moneta si inflazionò. Tasse, inflazioni e eccesso di deforestazione iniziarono a sfasciare l’economia. Diocleziano per blindarla adottò un sistema di vincoli statalisti che invece gli diede il colpo di grazia. Il cristianesimo con il suo sistema di carità si inserì nella crisi del welfare, contribuendo però a minare l’ideologia su cui l’Impero era nato. E i barbari non fecero che approfittare di un sistema ormai già collassato.

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