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Perché un carabiniere ha contattato la signora Biagini per conto dello staff di Salvini?

Matteo Salvini al Pilastro ha confezionato nient’altro che uno spot elettorale facendo finta di stare dalla parte dei deboli e degli oppressi. La scena del citofono a caccia di presunti spacciatori. Il blitz nel quartiere noto per essere uno dei più difficili di Bologna. La famiglia di tunisini accusata di spacciare sotto i portici. Quanto di quello che abbiamo visto nella diretta su Facebook del leader della Lega di due giorni fa è vero e quanto invece no?

La scintilla: l’aggressione che non c’era

Iniziamo dal principio, perché Salvini è andato al Pilastro proprio quella sera e non ci è andato prima? La situazione è nota da anni alle forze dell’ordine, Salvini è stato ministro dell’Interno per quasi un anno e mezzo ma al Pilastro si fa vedere solo quando c’è la campagna elettorale e non è più al Viminale. Eppure anche Anna Rita Biagini, la signora che lo ha accompagnato tra i palazzi indicandogli il campanello dei presunti spacciatori, da tempo rivolge appelli al leader della Lega affinché venga a toccare con mano la situazione.

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Matteo Salvini però non ha risposto a quelle richieste. E l’altra sera era al Pilastro perché il giorno prima una ragazzina di 15 anni aveva denunciato di essere stata aggredita e derubata proprio in via Grazia Deledda. Quell’aggressione però era falsa, una messinscena. Sarah Buono sul Fatto Quotidiano oggi racconta che proprio ieri la ragazza è stata denunciata per procurato allarme e simulazione di reato. La quindicenne «si era messa d’accordo con l’aggressore, un amico 19enne», addirittura nel cellulare «gli agenti hanno scoperto un video in cui la coppia provava le mosse della futura rapina».

L’incontro organizzato dallo staff della Lega

Salvini quindi non ci è arrivato per caso in zona, e nemmeno perché ha letto le segnalazioni della signora Biagini. La quale alla Stampa racconta di essere stata avvertita dallo staff della Lega dell’arrivo del Capitano: «martedì ho ricevuto una telefonata dal maresciallo dei Carabinieri che mi ha detto che sarei stata avvisata del suo arrivo da un collaboratore di Salvini. Si fidava ciecamente di me perché sapeva che ho tutto in mano sulla situazione dello spaccio in quartiere, foto e prove». Il maresciallo in questione presumibilmente è quello citato dalla donna durante la sua passeggiata con il leader leghista dove la signora spiega che è il suo punto di riferimento per le denunce relative allo spaccio di droga.

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Rimane da chiarire a che titolo un militare dell’Arma si sia fatto coinvolgere in un’operazione di propaganda con diretta su Facebook e giornalisti al seguito. La signora Biagini spiega «pensavo che ci sarebbe stato solo un colloquio con Salvini, poi è stato lui a trasformarlo in un evento pubblico». In un’intervista a TPI la signora Biagini sostiene di non aver portato lei  Salvini sotto casa della famiglia tunisina «non l’ho portato io è lui che ha deciso, mi ha soltanto chiesto dove poteva abitare, e io ho risposto». Nel video (intorno al minuto 17:40) però si sente la donna dire che uno degli spacciatori abita al primo piano indicando il palazzo. A quel punto Salvini chiede «spacciatore tunisino, ma è regolare? C’è il nome sul citofono?» ed è sempre la signora Biagini a fare il cognome della famiglia di presunti spacciatori e a indicare quale campanello suonare. Sempre a TPI la signora racconta che è stato lo staff di Salvini a contattarla attorno a mezzogiorno e a precisa domanda su chi aveva dato il contatto risponde «su Facebook, su Messanger, su WhatsApp, io ho tante amicizie».

Lo spacciatore che non lo era e il ragazzo con precedenti che non vive più lì

Si arriva così alla famiglia di presunti spacciatori tunisini. Che spaccino la signora Biagini ne è convinta «al 150%». Si punta il dito contro uno dei figli, il fratello maggiore che a Fanpage ha raccontato: «sono pieno di precedenti, in passato ho fatto di tutto e di più, adesso sto facendo il bravo, ho fatto anche della galera ma adesso no». I precedenti sono per rissa e rapina ma non per spaccio. Ma lui non vive più in quell’appartamento. Ci abita invece il fratello Yassin, che ha 17 anni. È lui lo “Iaia” cui si rivolge Salvini al citofono (al minuto 18:30 si sente una voce femminile suggerire il nome Iaia).

Prima bugia: Yassin non è tunisino ma italiano, Salvini forse non poteva saperlo ma una signora così informata sul quartiere difficilmente poteva non essere a conoscenza di questo dato. La famiglia infatti è italo-tunisina, visto che la madre del ragazzo è italianaYassin inoltre è incensurato, non ha precedenti per spaccio e sostiene di non essere uno spacciatore. Il padre Faouzi, che di lavoro fa il corriere per Bartolini, invece precedenti ne ha, ma – spiega a Repubblica – «è roba di 25 anni fa». In un video con l’avvocato Cathy La Torre spiega che «con quella signora ho avuto dei battibecchi quando stavo coi miei amici».

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A Salvini non interessa quello che dice Yassin. A “L’Italia s’è desta” su Radio Cusano Campus «il ragazzo dice di non essere uno spacciatore? Difficile trovare un rapinatore che confessi di essere un rapinatore. I residenti del quartieri non hanno dubbi, hanno certezze». Eppure Salvini sa bene che non funziona così, che in Italia ci sono sessanta milioni di italiani innocenti fino a prova contraria, come dice lui, e che Yassin è uno di questi. Non bastano le “certezze” dei residenti del quartiere, servono prove, indagini, processi e sentenze. Tutte cose che non ci sono. Ma a Salvini non importa, è garantista solo quando accusano il suo ex braccio destro di aver intavolato una trattativa con dei russi per una strana compravendita di petrolio per finanziare la campagna elettorale della Lega. Ma su quella vicenda c’è un’indagine aperta e Salvini ha sempre detto di non voler interferire con il lavoro della magistratura. Strano vero?

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