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L’ospedale alla Fiera di Milano: 26 milioni spesi per 53 posti letto e otto pazienti

«Realizzare una terapia intensiva senza un ospedale alle spalle, temo equivalga a fare una sorta di cattedrale nel deserto», dice Roberto Carlo Rossi, presidente dell’Ordine dei medici di Milano

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L’ospedale alla Fiera di Milano, secondo Giulio Gallera, “per fortuna non è servito”. Eppure è un presidio «pronto a fronteggiare eventuali nuove necessità e nuove emergenze, dando una mano agli altri ospedali della Regione», secondo quanto sosteneva il leader della Lega Matteo Salvini. E un ospedale «che veglierà sulla salute dei lombardi come una vera e propria assicurazione contro il sovraffollamento delle altre strutture regionali», secondo quanto ribadivano fino a ieri dalla Regione guidata da Attilio Fontana. Oggi Alessandra Corica su Repubblica riepiloga come stanno le cose:

Nell’ospedale della Fiera di Milano, 25 mila metri quadrati presentati in pompa magna durante una conferenza stampa tanto affollata da far cadere sulla Regione l’accusa di aver favorito l’assembramento di troppe persone, al momento ci sono 53 letti pronti. Ma solo otto occupati da altrettanti pazienti. Erano dieci fino a ieri mattina, due li hanno dimessi in giornata: altri 104 letti sono pronti e in fase di collaudo, da lunedì prossimo potranno accogliere nuovi malati. Che però, se l’epidemia continuerà la sua (lenta) discesa, non arriveranno. E allora è quasi surreale addentrarsi nell’ospedale realizzato in una decina di giorni e costato circa 26 milioni, anche se «zero euro al contribuente», come sottolineano tanto Salvini quanto il Pirellone.

Lo spazio è enorme, semivuoto ma in grado di assolvere già così la sua prima funzione: dare alla sanità lombarda guidata dal governatore leghista Fontana e dal forzista Giulio Gallera la possibilità di avere qualcosa su cui puntare in un momento in cui i dubbi sulla gestione dell’emergenza, nella Lombardia dove la mortalità per Covid-19 ha un tasso superiore al 18%, iniziano a essere diversi. A partire dalla debolezza del sistema territoriale, con i medici di famiglia che più volte hanno denunciato «di essere stati lasciati soli». Fino al contributo parziale dato dalla sanità privata: le cliniche lombarde sul piatto hanno messo una parte delle loro risorse ma non tutte, 480 letti di intensiva a fronte degli oltre 1.200 degli ospedali pubblici, dove ormai il 90% dei pazienti ricoverati ha il Covid-19.

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L’ospedale è stato allestito comunque, l’esecuzione è costata intorno ai venti milioni di euro, più altri sei per gli allestimenti dei 157 posti di intensiva: una cifra coperta da donazioni private ma che all’inizio doveva essere almeno doppia, considerando che in origine la struttura doveva contare 500 letti di intensiva.

Le perplessità, però, ci sono. Dal punto di vista politico, «perché mi chiedo se, a conti fatti, quella straordinaria raccolta di fondi privati non potesse essere orientata altrove, per esempio in parte a sostenere la medicina territoriale», ragiona l’eurodeputato dem Pierfrancesco Majorino. E dal punto di vista dei medici, perché «realizzare una terapia intensiva senza un ospedale alle spalle, temo equivalga a fare una sorta di cattedrale nel deserto», dice Roberto Carlo Rossi, presidente dell’Ordine dei medici di Milano.

«Un paziente ricoverato in terapia intensiva viene seguito dagli anestesisti, certo. Ma se ha uno scompenso cardiaco ha bisogno del cardiologo, se ha un’insufficienza renale del nefrologo – aggiunge Carlo Montaperto a capo dell’Associazione primari ospedalieri lombardi – Un ospedale è fatto di apparecchiature e strutture, ma anche di esseri umani e conoscenza: una terapia intensiva da sola rischia di essere una testa senza un corpo».

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