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Gli omissis dell'indagine Consip finiti sui giornali

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L’inchiesta nell’inchiesta: in attesa dell’interrogatorio di garanzia di Alfredo Romeo i pubblici ministeri di Roma e Napoli si muovono alla ricerca di chi ha provocato le fughe di notizie che sin dal primo momento hanno causato tanti problemi all’indagine Consip. Nel mirino ci sono gli omissis, ovvero le informazioni su cui era stato apposto il segreto e che però sono prima finite ai giornali (La Verità di Maurizio Belpietro parlò già a novembre di un’indagine su Tiziano Renzi) e poi addirittura sotto forma di informazioni riservate direttamente agli indagati.

Gli omissis dell’indagine Consip finiti sui giornali

Saranno i carabinieri del nucleo investigativo di Roma, che ereditano le indagini dal NOE, a dover dare un nome e un cognome alle mani che hanno trafugato le notizie. La violazione del segreto istruttorio per cui la Procura di Roma ha deciso di avviare alcuni procedimenti riguarda anche la pubblicazione di atti di indagine omissati nei provvedimenti emessi dall’autorità giudiziaria sulla vicenda Consip. Ciò ha generato sconcerto negli inquirenti titolari degli accertamenti.  Uno degli episodi più curiosi dell’indagine riguarda Tiziano Renzi. È il 7 dicembre 2016, Matteo Renzi ha annunciato da qualche giorno le dimissioni in seguito alla sconfitta al referendum. Roberto Bargilli detto Billy, autista del camper di Renzi durante le primarie perse del 2012, contatta Carlo Russo al telefono e gli dice di chiamarlo “per conto di babbo”. Il suo messaggio è chiaro: «Mi ha detto di dirti di non chiamarlo e non mandargli messaggi». Due giorni prima il telefono di Tiziano Renzi era stato messo sotto controllo. Repubblica di oggi in un articolo a firma di Dario Del Porto e Conchita Sannino ne riporta altre:

Quando l’inchiesta si avvicina pericolosamente al “giglio magico” e a Renzi senior, cominciano le intromissioni anomale. È un fatto che l’ex sottosegretario e attuale ministro, Luca Lotti, sia indagato per rivelazione del segreto, insieme con il comandante generale dell’Arma Tullio Del Sette e il comandante Emanuele Saltamacchia: per le fughe di notizie che avrebbero messo sull’avviso i vertici Consip.
Sul punto, i carabinieri del Noe, nell’informativa del 3 febbraio depositata e disseminata di omissis, si spingono a parlare di «costante opera di controspionaggio, attuata da parte del Romeo, del Renzi e alcuni esponenti del governo Renzi, nonché indirettamente da Luigi Marroni», l’amministratore delegato di Consip, il superteste che, tra l’altro, ha raccontato ai pm napoletani Henry John Woodcock e Celeste Carrano di «un vero e proprio ricatto» che avrebbe subito da parte di Russo, l’amico di Tiziano Renzi.

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Le procure e il caso Consip (Il Messaggero, 6 marzo 2017)

Gli investigatori sottolineano che restano «inquietanti» le evidenze che emergono dalle testimonianze dell’ad di Consip, Marroni, dal presidente Luigi Ferrara e dal consigliere economico di Renzi, Filippo Vannoni, riguardo il grado di conoscenza dell’inchiesta da parte del ministro Lotti, se non dello stesso ex premier. A colpire gli inquirenti è la facilità con cui notizie segrete sarebbero stato propalate diventando addirittura tema di conversazione negli uffici e nei Ministeri. Chiosano i detective: «Come fossero chiacchiere da bar».

La fuga di notizie continuata

Ma questa inchiesta comincia proprio con una fuga di notizie. Luigi Marroni, amministratore delegato della Consip, fa bonificare il suo ufficio dalle cimici messe dagli investigatori e per questo i magistrati lo convocano e nel corso dell’interrogatorio l’AD “racconta di un vero e proprio ‘ricatto’ subito da un sodale di Tiziano Renzi, l’imprenditore Carlo Russo. Riferisce di pressanti ‘richieste di intervento’ sulle Commissioni di gara per favorire una specifica società; di ‘incontri’ riservati con il papà di Renzi a Firenze; e di ‘aspettative ben precise’ da parte di ‘Denis Verdini e Tiziano Renzi’” sull’assegnazione di gare Consip per centinaia di centinaia di milioni”.

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Luigi Marroni, AD di Consip e accusatore di Lotti e Tiziano Renzi

Ma c’è di più su Marroni. È lui che dice di aver saputo dell’indagine dal presidente di Consip Luigi Ferrara che a sua volta era stato informato dal comandante dei carabinieri Tullio Del Sette. Poi aggiunge altri nomi. I più importanti sono quello di Luca Lotti e quello del generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia, suoi amici. Entrambi lo avrebbero messo in guardia. Tutti e due sono indagati. Intanto dalle carte dell’inchiesta emergono giudizi critici su Carlo Russo. L’esponente Pd napoletano Alfredo Mazzei, racconta ai giudici, che quando si informò su Russo per conto di Romeo “tutte le persone da me contattate sono state concordi nel confermare che il Carlo Russo era una persona molto legata alla famiglia Renzi; tuttavia ricordo che qualcuno di quelli da me interpellati”, spiega ancora Mazzei “mi disse che era un personaggio da cui stare attento in quanto poteva essere un millantatore”. “Devo dire che anche sul padre di Matteo Renzi raccolsi nel mio ambiente identiche opinioni a quelle sul conto di Carlo Russo” aggiunge Mazzei. Beniamino Migliuci, presidente dell’Unione Camere Penali, ha le sue idee anche su come finiscono di solito questo tipo di indagini e ne ha parlato ieri con l’ANSA: “Difficilmente si scopre chi ha divulgato”. Come mai? “è complicato indagare su se stessi”, risponde il leader dei penalisti, manifestando una certezza: “la gran parte delle fonti, per il 70-80 per cento proviene dal circuito inquirente. Il 20 per cento è fatto di qualche avvocato cialtrone”. “E’ un problema che nessuno vuole risolvere”, aggiunge Migliucci ricordando le tante riforme delle intercettazioni naufragate solo negli ultimi anni. “Chi dovrebbe far rispettare le norme del codice sono i magistrati. Ma se non basta, deve intervenire il Parlamento, non prendendosela solo con i giornalisti, che comunque devono evitare di pubblicare tutto ciò che non riguarda il reato contestato”. Non fa sperare la delega sulle intercettazioni contenuta nella riforma del processo penale (su cui i penalisti hanno tanti dubbi, tant’è che dal 20 al 24 sciopereranno anche contro il ricorso alla fiducia): ” è troppo generica e rischia perciò di non sciogliere i nodi aperti”.

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