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L’omicidio di Diabolik nell’intreccio criminale tifo, droga, fascismo

E se Fabrizio Piscitelli avesse detto no? Se avesse voltato le spalle ai vecchi camerati, avesse rifiutato una proposta indecente? Se si fosse tirato indietro perché in fondo, a 53 anni, chiunque comincia a sentirsi stanco di certe cose?

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Massimo Lugli, storico cronista di nera di Repubblica, oggi racconta sul quotidiano l’intreccio tra tifo, droga e fascismo che è alla base dell’omicidio di Fabrizio Piscitelli in arte Diabolik, ieri ammazzato in un agguato da un uomo vestito da runner che gli è arrivato alle spalle per sparargli alla tempia. Nel suo articolo Lugli ricostruisce la storia delle bande criminali romane e i loro legami con il tifo organizzato (romanista e laziale):

E’ un connubio storico, un matrimonio celebrato nei tardi anni 70, quando i Marsigliesi del clan delle tre B, dilaniati da una faida interna e dalle indagini del questore Ugo Macera, stavano cedendo il passo ai “bravi ragazzi” della Banda della Magliana. Il filo rosso tra il gruppo di Renato De Pedis, Marcello Colafigli, Franco Giuseppucci, Paolo Frau e i terroristi dei Nar e di Terza Posizione fu evidente fin dall’inizio, ben prima che in un sotterraneo del Ministero della Sanità, all’Eur, fosse trovato un arsenale in condivisione tra i neri e i malavitosi che avevano giurato di prendersi Roma.

Figura di  raccordo: er Cecato, Massimo Carminati, una camaleontica figura di criminale protagonista del processo “Mafia Capitale” e che ha dimostrato come il milieu capitolino sia in grado di camuffarsi, trasformarsi e adeguarsi ai tempi: dalla calibro 9 alle mazzette.

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C’entra qualcosa con l’omicidio di Diabolik?

Molto probabilmente si, se è vero che non si può analizzare il presente senza conoscere il passato. Il cuore della mala romana, da sempre, batte a destra e la mala romana, da almeno cinquant’anni, orbita attorno a un unico, colossale business che ha soppiantato le tradizionali attività dei vecchi criminali capitolini: la cocaina. E’ questa, quasi certamente, la pista che gli investigatori stanno battendo.

Un’alluvione di polvere bianca che attraversa la capitale da nord a sud e da est a ovest. Un giro d’affari che ha soppiantato, nel corso degli anni, tutte le tradizionali attività della criminalità locale: usura, gioco d’azzardo, truffe, sfruttamento della prostituzione, traffico di schiavi e di schiave, ricettazione. A Roma, da quasi trent’anni, non si uccide per orgoglio, per marcare il territorio: si uccide per soldi. E soldi vogliono dire coca. Sempre.

L’articolo si chiude con una tesi che potrebbe costituire ambito d’indagine:

Le amicizie, le complicità, gli appoggi e i favori reciproci, in certi giri non si possono rinnegare, pena l’accusa: infame. O con noi o contro di noi e se sei contro sei morto. E se Fabrizio Piscitelli avesse detto no? Se avesse voltato le spalle ai vecchi camerati, avesse rifiutato una proposta indecente? Se si fosse tirato indietro perché in fondo, a 53 anni, chiunque comincia a sentirsi stanco di certe cose? E’ solo un’ipotesi, chiaro ma, almeno in questa fase, buona come tutte le altre.

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