Economia

Il grande ritorno dell'olio extravergine taroccato

olio extravergine

Una nuova inchiesta mette sotto accusa l’olio extravergine d’oliva. Mi Manda Raitre ha fatto analizzare il DNA del contenuto di 20 bottiglie di extravergine, scoprendo che solo in 6 di quelle testate l’origine dell’olio corrisponde con certezza a quanto riportato in etichetta. La redazione ha acquistato 19 bottiglie di olio tra i marchi più diffusi in Italia e quelli di alcuni piccoli produttori DOP, realizzando anche un campione che ha mescolato vari oli, poi li ha consegnati al CNR per le analisi: e non sempre i risultati sono stati soddisfacenti. Questo non vuol dire che i prodotti siano dannosi ma soltanto che non rispettano le regole. I marchi esaminati dal CNR sono contrassegnati con il colore rosso quando la composizione dell’olio non è in linea con quanto dichiarato sulla bottiglia; in giallo quando nell’olio sono presenti varietà di olive straniere ma coltivate anche in italia; in verde quando il contenuto corrisponde perfettamente all’etichetta. Questa è la tabella di Mi Manda Raitre con i risultati.

La tabella delle analisi sull’olio extravergine


Nel novembre 2015 un’inchiesta simile realizzata da Altroconsumo aveva portato a risultati simili. Venne aperta un’inchiesta a Torino. La stessa cosa fece il programma della tv svizzera Patti Chiari nel dicembre 2015. A Siena è arrivata una condanna in primo grado a 4 anni di carcere per l’amministratore delegato di una nota azienda intermediaria nel settore dell’olio, che dal 2010 vendeva come olio extravergine d’oliva miscele di oli vergine e perfino lampante deodorato, cioè trattato chimicamente, dichiarando di origine “100% italiana” un prodotto che arrivava da molto lontano.
olio extravergine finto extravergine
Da La Repubblica, 21 maggio 2015

Oggi sul Fatto Quotidiano un articolo a firma di Barbara Cataldi riepiloga i risultati dell’inchiesta sull’olio extravergine di Mi Manda Raitre:

Più del 50% delle bottiglie etichettate come 100% italiano, in realtà contiene olio prodotto da olive coltivate in Nord Africa, in Medio Oriente, in Turchia o in Spagna e Grecia. La percentuale schizza verso l’alto se si considerano solo i prodotti Dop e Igp: in questo caso 4 su 5 contengono olio straniero. In un caso il laboratorio ha addirittura riscontrato la presenza di un olio difficile da identificare dal punto di vista genetico, probabilmente rettificato chimicamente. A decretarlo sono state le analisi dell’Istituto di bioscienze e biorisorse del Cnr di Perugia, a cui sono stati consegnati 20 campioni anonimi, compreso un falso extravergine miscelato ad hoc con olio di semi negli studi Rai, per mettere alla prova gli strumenti tecnologici dell’istituto di ricerca. Sotto la lente sono finiti i marchi più diffusi nella grande distribuzione.
Tra i prodotti sequestrati dai Carabinieri Forestali, nell’ambito dell’inchiesta di Siena ci sono anche nomi noti: si va dal Carapelli 100% italiano non filtrato, venduto a 10,20 euro al litro, che dalle analisi risulta essere confezionato con materia prima greca, turca e tunisina, a l l’Arioli italiano bio, prezzo 5,96 euro al litro, fatto con una miscela di extravergini italiani tagliata con olio extracomunitario; dal Club Premium Igp toscano, in vendita a 13,40 euro al litro, fatto con olive pugliesi e greche, al Grezzo 100% italiano di Costadoro, offerto a 9 euro/l, con miscele greco-turche; e poi anche il Poggio Santa Maria dop Umbria Prezzo, da 14 euro 1/l, fatto con olio prevalentemente greco e spagnolo, e il costosissimo Terre d’Italia Sabina dop, in commercio a 15,85 euro al litro, fatto con olio comunitario da verificare chimicamente perché di qualità inferiore all’extra vergine.

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