Economia

Quello che i 5 Stelle non dicono sull'uscita dall'euro

@Giovanni Drogo|

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La settimana scorsa Wolfgang Münchau sul Financial Times  uno studio di Mediobanca. Per i 5 Stelle la finanza è cattiva ma le sue previsioni – quando fanno comodo ça va sans dire – diventa buona, incredibile non è vero? Il problema delle previsioni di Mediobanca – che sostiene che qualche anno fa l’uscita dall’euro sarebbe stata “conveniente” ma che ora non lo è più – è che come faceva notare Salvatore Biasco sull’Huffington Post non tiene conto di quello che succederebbe al debito pubblico italiano e non calcola cosa comporterebbe la perdita di quelle obbligazioni non ridenominabili in lire per il settore finanziario nostrano (senza contare i danni che ne riceverebbero i piccoli risparmiatori, ovvero i cittadini che detengono una parte del debito pubblico). Perdita che significherebbe – tra le altre cose – il fallimento di molti istituti di credito, il blocco del credito e il conseguente fallimento di diverse imprese. Una sciocchezza insomma. I 5 Stelle poi tornano a magnificare le gioie della svalutazione della ritrovata moneta nazionale, che ci consentirebbe di tornare competitivi sul mercato (certo, c’è il problema che le imprese non avrebbero più soldi ma fa nulla), parlando tra l’altro di una fine dell’Eurozona (con la Germania che ritorna al Marco, l’Italia alla Lira e così via). C’è da dire che previsioni del genere vanno avanti da vent’anni (ovvero dalla nascita dell’euro) e non si sono ancora avverate mentre nessuno degli euroscettici si è mai concretamente impegnato per una seria riforma del sistema della moneta unica. Senza contare che nel caso dell’Italia l’eventuale surplus commerciale potrebbe essere letteralmente mangiato dal fatto che l’Italia sarebbe costretta a regolare i conti con la BCE prima di uscire visto che il nostro saldo Target 2 è negativo.

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Il saldo Target2, fonte: Banca d’Italia

Target2 (T2) ma finanzia i saldi negativi delle partite correnti concedendo credito illimitato e automatico ai paesi debitori, come l’Italia (più Danimarca, Bulgaria, Polonia, Lituania e Romania). Ma questo solo finché siamo nell’euro. Entrato in funzione tra il 2007 e il 2008 in sostituzione della versione precedente (che era semplicemente Target da Trans-European Automated Real-Time Gross Settlement Express Transfer System) Target2 registra i pagamenti interbancari che avvengono tra le varie banche centrali dei vari paesi europei e viene utilizzato sia dalle banche centrali sia dalle banche commerciali per trattare pagamenti in euro in tempo reale. A garantire il funzionamento di tutto il sistema, e ad emettere un saldo contabile che certifica l’esposizione debitoria di ciascuna banca centrale rispetto alle altre è la BCE. Target2 non è un semplice sistema informatico che sorveglia il regolare svolgimento delle transazioni ma ha il compito di mantenere in equilibrio la bilancia dei pagamenti tra i vari paesi dell’Eurozona.

L’Italia e il Target2

Il fatto che l’Italia sia uno dei sei paesi maggiormente esposti dal punto di vista debitorio su Target 2 è un dato che dovrebbe destare qualche preoccupazione. La Banca d’Italia spiega che anche se il surplus delle partite correnti rimane elevato la posizione debitoria del nostro Paese è aumentata di 100 miliardi di euro ad ottobre (a novembre è salita a 358,612 miliardi):

Il surplus delle partite correnti rimane elevato, a 42 miliardi nei dodici mesi terminanti ad agosto 2016 (2,5 per cento del PIL). Dall’inizio dell’anno tuttavia la posizione debitoria della Banca d’Italia su TARGET2 è aumentata di circa 100 miliardi, raggiungendo alla fine di ottobre 355 miliardi.

Per i 5 Stelle la questione non si pone (ed infatti non viene nemmeno nominata) perché l’importante è che l’Italia – tramite la Banca d’Italia – torni a controllare il proprio debito pubblico. Peccato però che – come già hanno fatto notare le agenzie di rating (e non solo Münchau) – in caso di uscita dall’euro la possibilità di un default è assai concreta e quel punto la bella notizia di poter “controllare il proprio debito pubblico” da soli potrebbe trasformarsi in un vero incubo. A scanso di equivoci a pagare saranno i cittadini italiani e non “la casta”. Ciliegina sulla torta è il paragone con il terrorismo sulla Brexit, quasi a dire: vedete in Regno Unito tutto va benissimo. Il problema è che il paragone non regge, in primo luogo perché come tutti sanno il Regno Unito non è mai stato dentro il sistema della moneta unica quindi non sta uscendo dall’euro ma dall’Unione Europea (per l’Italia nell’ipotesi del M5S non è chiaro se rimarremmo all’interno della UE pur fuori dall’euro). In secondo luogo perché la Brexit non è ancora avvenuta ma avverrà al più tardi a marzo 2019: per il momento i britannici hanno solo dato formalmente avvio ai negoziati che però devono ancora iniziare. La democrazia viene prima dei mercati è un bello slogan, che però fa credere ai cittadini italiani che i mercati si adegueranno ai risultati del voto, o che non terranno conto delle intenzioni del governo a 5 Stelle prima che si voti sulla permanenza nell’euro: non è così e il MoVimento su questo punto dovrebbe smetterla di prendere in giro i suoi elettori e i cittadini italiani.

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