Economia

Il Financial Times spiega perché Beppe Grillo, Luigi Di Maio e Marine Le Pen sono dei ciarlatani

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Wolfgang Münchau sul Financial Times ha pubblicato ieri un pezzo in cui spiega con dovizia di particolari perché l’etichetta di “estremista” non si addice né al Front National di Marine Le Pen né al MoVimento 5 Stelle di Beppe Grillo e Luigi Di Maio. Perché tecnicamente si tratta di ciarlatani.

Beppe Grillo, Luigi Di Maio e Marine Le Pen

L’argomento che il Financial Times utilizza per spiegare la definizione è l’ideona dei due sull’uscita dall’euro o dall’ Europa tramite referendum. Sia Marine Le Pen che il MoVimento di Beppe sono a favore dell’addio alla moneta unica ma non hanno né il coraggio né l’intenzione di dirlo esplicitamente. E allora sostengono la possibilità di una consultazione popolare per decidere, cogliendo così i classici due piccioni con una fava: così potrebbero raccogliere anche i voti di chi vorrebbe rimanere (ed è convinto che avrebbe poi la possibilità di scegliere tramite il voto).

Ma è esattamente così che i populisti in Francia e in Italia hanno definito la loro linea programmatica sull’euro: sembrano essere a favore di un’uscita, ma vogliono temporeggiare un po’ e rimettere tutto a una consultazione referendaria. E questo ci fa capire quanto Marine Le Pen e Beppe Grillo, i leader del Front National in Francia e del Movimento Cinque Stelle in Italia, siano del tutto impreparati ad andare al governo. Più che degli estremisti, sono dei ciarlatani.
In Francia e in Italia avrebbero potuto aprire un dibattito intellettuale sull’argomento, per quanto non sia facile, ma né Grillo né Le Pen lo hanno fatto. Se hanno veramente intenzione di uscire dall’euro, devono capire che non sarà una passeggiata, che sarà la prova che qualificherà il loro mandato e che per diversi anni non faranno altro. Un’uscita dall’euro è molto più delicata di una Brexit che sta assorbendo completamente il governo del Regno Unito. (traduzione da: Il Sole 24 Ore)


Luigi Di Maio, spiega Münchau, sostiene che il referendum sull’euro è la seconda priorità del suo partito dopo la lotta alla povertà, e questo equivale a dire che Di Maio vuole smettere di mangiare la cioccolata prima di divorziare da sua moglie. Perché, come è evidente a tutti tranne che ai 5 Stelle e alla Le Pen (pensate: ci è arrivato persino Salvini!), indire una consultazione popolare sull’euro (a prescindere da quale sia: anche il referendum sul referendum proposto qualche tempo fa da Di Maio) porterebbe da subito gli effetti economici dell’uscita visto che chiunque si preparerebbe all’occorrenza a prescindere dal fatto che questa arrivi o no. Anzi, di più:

Gli investitori non aspetterebbero fino al referendum. Una volta appurata l’elezione di Di Maio a primo ministro, qualsiasi investitore raziocinante prevederebbe un voto a favore di un’uscita dall’euro, farebbe una stima della svalutazione e calcolerebbe quanto dovrebbe salire il rendimento in quel momento per neutralizzare una futura ridenominazione. La sera delle elezioni, Di Maio si troverebbe a fronteggiare un fuggi fuggi dal sistema finanziario italiano e il mattino dopo le banche si troverebbero insolventi.
Mario Draghi, il presidente della Banca centrale europea, non garantirebbe un «whatever it takes», ovvero non farebbe di tutto per sostenere l’euro con un politico che minaccia di indire un referendum del genere. Di Maio avrebbe al massimo ventiquattro ore di tempo per rinunciare all’incarico o per annullare il voto.

Il percorso di una legge costituzionale e i problemi dell’uscita dall’euro

Ma c’è di più rispetto a quanto scritto da Münchau. Il quale, per sua fortuna, non è al corrente del fatto che il MoVimento sostiene di puntare tutto su una legge di riforma costituzionale (guardacaso quella stessa Costituzione che qualche mese fa era intoccabile) per introdurre in Costituzione l’istituto del referendum consultivo. Il passaggio è un po’ più complicato e non ha – anche se Di Maio la fa molto facile – moltissime garanzie di successo. La nostra Costituzione prevede infatti che per evitare un referendum popolare confermativo l’eventuale riforma costituzionale dei 5 Stelle debba essere approvata da almeno i due terzi dei componenti di entrambe le Camere. In caso contrario la legge di modifica costituzionale che introduce il referendum consultivo deve a sua volta essere sottoposta essere a referendum (senza contare che si andrà a referendum qualora entro tre mesi dall’approvazione definitiva ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali).
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Se e solo se il popolo sovrano si esprimerà a favore della legge di riforma costituzionale allora si potrà indire un referendum consultivo per chiedere ai cittadini di esprimersi sulla permanenza nella moneta unica. Anche in quel caso però l’uscita dall’euro non sarà automatica perché il Parlamento dovrà votare l’abrogazione della legge che ratifica il trattato di adesione all’euro. In tutto questo i 5 Stelle però non hanno ancora fatto sapere quale indicazione di voto daranno agli elettori in occasione del referendum consultivo. Di Maio ha evitato di affrontare la questione quando ha parlato di “altri paesi” che potrebbero uscire dall’euro per le loro ragioni lasciandoci “senza un piano b”, senza contare che ci sono altre forze politiche anti-euro (ad esempio Forza Italia) che sulla moneta unica e il ritorno alla lira hanno proposte differenti.

Tutti ci chiedono ma voi siete contro l’euro? Qui il punto non è più il MoVimento 5 Stelle contro o a favore dell’euro. Qui il punto è l’Italia potrebbe ritrovarsi in una crisi dell’unione monetaria tra poco non perché l’ha scelto ma perché l’hanno scelto altri popoli e altri paesi.

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Il procedimento di revisione costituzionale però è piuttosto lungo e complesso e ai tempi necessari per l’approvazione della legge di modifica della Costituzione si aggiungono quelli per il referendum e l’eventuale successiva discussione per l’uscita dell’Italia dall’euro (ma a quanto pare non dall’Unione Europea). Durante tutta questa fase il nostro Paese potrebbe esperire una preoccupante fuga di capitali all’estero (con che prospettive i grandi gruppi industriali potrebbero rimanere in Italia durante un periodo di incertezza tale?) senza contare che una volta fuori la nostra moneta finalmente sovrana si troverebbe sottoposta alle fluttuazioni dei mercati finanziari (e della tanto temuta speculazione) dalle quali fino ad ora l’euro, con tutti i suoi difetti, ci ha protetti. Se l’Italia uscisse dall’euro la nostra nuova moneta si svaluterebbe consistentemente nei confronti della valuta europea. Non va inoltre esclusa la possibilità di una corsa agli sportelli per prelevare i contanti e chiudere i conti. Qualche tempo fa Di Maio parlava di un non meglio precisato “euro 2” spiegando che «abbiamo sempre detto che l’euro così non funziona e che dobbiamo preferirgli l’euro 2 o monete alternative» ieri invece ha parlato apertamente di un ritorno alla lira. I 5 Stelle sotto sotto sperano che anche altri paesi contestualmente al nostro decidano di uscire dall’euro, qui Di Maio non sta guardando tanto al Regno Unito che nell’euro non ci è mai stato e che mai accetterà di far parte di altre unioni monetarie ma alla proposta avanzata da Marine Le Pen che vorrebbe la Francia fuori dall’euro e un contemporaneo ritorno del franco nelle tasche dei francesi e di una moneta virtuale sulla falsa riga dell’Ecu per gli scambi monetari internazionali e per proteggere le monete nazionali “sovrane” dai mercati. Insomma, è molto più razionale Salvini nella sua proposta di uscire dall’euro di notte rispetto a chi vuole far decidere “il popolo” senza rendersi conto delle conseguenze. E per questo, conclude Münchau:

La mia previsione è la seguente: se l’Italia, la Francia o qualsiasi altro Paese dovessero uscire dall’euro, non sarebbe per un referendum, ma per una disgrazia. E la cattiva notizia è che le disgrazie, lo sappiamo purtroppo, capitano.