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Matteo Renzi e l'alleanza a sinistra per il Rosatellum Bis

pierluigi bersani matteo renzi

«I nostri avversari non sono quelli usciti dal partito»: probabilmente è costato molto a Matteo Renzi pronunciare queste parole ieri durante la direzione del Partito Democratico, così come quelle che ufficialmente aprono a un’alleanza con chi è a sinistra del PD: «Il Rosatellum chiama alla creazione della coalizione». Dove «il Pd resta il baricentro ma con il Rosatellum si forma una coalizione più ampia».

Matteo Renzi e l’alleanza a sinistra per il Rosatellum Bis

Eppure l’approvazione all’unanimità della sua relazione è il segno che all’interno del PD c’era questa necessità. Così come non è sfuggito il segnale dato dal relatore Emanuele Fiano sulla legge elettorale, riformulando un emendamento di Alfredo D’Attorre (che sarà votato oggi), secondo cui si esentano dalla raccolta firme i partiti che si sono formati prima del 15 aprile 2017. Proprio come Articolo 1 – MDP, appunto. Più chiaro di così, si muore.
rosatellum bis matteo renzi
Renzi si è quindi reso conto della necessità di andare verso un accordo che consenta di concorrere anche all’assegnazione dei collegi uninominali, dove se il centrodestra si presenterà unito è necessario per il centrosinistra fare altrettanto, per avere una chance di vincere. E pazienza se questo significa far scoppiare la pace con le forze a sinistra del PD, prima indicate solo ed esclusivamente come bersaglio polemico. Anche se dietro l’apertura potrebbe esserci anche altro.

Cosa c’è dietro l’apertura di Renzi a MDP

Ovvero mettersi nelle condizioni di farsi dire di no a un’alleanza, proponendo un’apertura e lasciando agli altri la responsabilità di una chiusura. Spiega oggi Goffredo De Marchis su Repubblica che i fuoriusciti hanno bocciato la riforma del sistema di voto in blocco: «Vogliono sfidare Renzi, le sue politiche, il suo Pd. Non allearsi. Contestano la scelta di eliminare le preferenze. Dunque, non si scorge un terreno su cui ricostruire qualcosa. Il sottotesto della conversione renziana però è proprio quello: saranno loro a dirci di no. L’importante è che non sia un “no” seguito da tutte le sigle di sinistra che si muovono intorno al Pd.
giuliano pisapia massimo d'alema
Il riferimento, chiarissimo, è a Giuliano Pisapia. A maggior ragione adesso che il percorso dell’ex sindaco con i bersanian-dalemiani mostra crepe profonde (non soltanto a causa di D’Alema). E se passa la legge elettorale Mdp dovrà fare i conti con una situazione del tutto diversa dal punto di partenza della scissione.

Una settimana per MDP e Pisapia

Intanto MDP e Campo Progressista si danno una settimana di tempo per il matrimonio. “Vogliamo un campo largo di centrosinistra, non una unione di sigle di partiti”, non si stancano di ripetere i “pisapiani”. “Come ha detto Speranza a Napoli, noi siamo pronti a scioglierci non appena un’assemblea democratica sancirà la nascita del nuovo soggetto”, replicano da Mdp. Ma i nodi politici sono tutti da sciogliere, dalla scelta se includere Sinistra italiana alle modalità dell’assemblea. Per i bersaniani non si può perdere altro tempo e bisogna fissare la data (19 o 26 novembre). Mentre i “pisapiani” temono una conta di tessere come prova di forza di Mdp (“Giuliano è il leader, non il capo”, ha detto Errani). Entro la prossima settimana, dicono da Campo progressista, le cose si decideranno: avanti insieme o separati subito. Il timore è rinchiudersi in una ridotta anti-renziana di sinistra che punta al 3%, mentre il progetto resta quello di un centrosinistra largo e inclusivo.
giuliano pisapia pierluigi bersani
Intanto la trattativa sul Rosatellum Bis procede.  AP ottiene la possibilità (per la verità utile a tutti i partiti più piccoli) di far salire il numero di pluricandidature da tre a un massimo di cinque: in pratica, il candidato dell’uninominale potrà presentarsi anche in cinque collegi plurinominali, e questo darà più chance di elezione. Altro nodo sciolto dalla commissione è quello delle soglie necessarie per presentare le liste. Alla fine ha prevalso una linea che rende la pratica molto più semplice: vengono infatti esentati i partiti che abbiano costituito un gruppo parlamentare entro il 15 aprile 2017 (una data scelta per aiutare Mdp, nata a marzo). Inoltre, per questa prima volta, viene dimezzato il numero di firme (750 invece che 1500) di quelle liste di nuova formazione o che non abbiano un gruppo parlamentare.