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Mattarella e i troll russi che erano italiani

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Non c’era alcuna regia di troll russi negli attacchi via social, con falsi account Twitter, indirizzati nel maggio dello scorso anno al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, all’indomani del veto alla nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia. E’ la convinzione, scrive oggi l’agenzia di stampa AGI, della Procura di Roma che sulla vicenda aveva aperto un’inchiesta ipotizzando i reati di ‘attentato alla libertà del presidente della Repubblica’ e di ‘offesa all’onore e al prestigio del Capo dello Stato’.

Mattarella e i troll russi che non lo erano

Il coinvolgimento di troll manovrati da Mosca, peraltro smentito a suo tempo dall’allora direttore del Dis Alessandro Pansa in un rapporto consegnato al Copasir, sarebbe insomma un’invenzione giornalistica perché non suffragata da alcun elemento concreto. Gli accertamenti che il pm Eugenio Albamonte ha affidato alla polizia postale sembrano puntare invece su un’organizzazione italiana perché il primo account ritenuto sospetto avrebbe legami con lo ‘snodo dati’ di Milano. La Procura di Roma ha avviato una rogatoria con le autorità Usa nella speranza che Twitter fornisca l’elenco di tutti i profili e i relativi indirizzi IP, per risalire all’identità di chi li ha creati.

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L’obiettivo dell’assalto era fin troppo evidente: rilanciare le dichiarazioni pronunciate in quelle ore da Luigi Di Maio che aveva accusato Mattarella di «alto tradimento» per aver causato — escludendo la designazione di Savona — la rinuncia di Giuseppe Conte a formare il governo di M55 e Lega. E così dimostrare come l’opinione pubblica fosse tutta schierata con il capo politico dei grillini, forse nella speranza di convincere il presidente a fare marcia indietro. Un tentativo andato a vuoto, che però non cancella la «pressione» politica esercitata sulla più alta carica istituzionale e dunque consente ai magistrati del pool antiterrorismo di Roma coordinati dal procuratore aggiunto Francesco Caporale di procedere nell’ipotesi che dietro il tweet storm ci fosse un disegno eversivo.

Lo snodo milanese

Il primo profilo sarebbe stato creato con un’iscrizione avvenuta in Italia — quella dello «snodo dati» che si trova a Milano — ma in maniera schermata in modo da far figurare che provenisse dall’estero. Per gli altri account, almeno 150 nei primi minuti, sarebbero stati utilizzati server stranieri: in Estonia o in Israele. Ad agire, è questa la convinzione degli investigatori, sarebbe stata un’unica mano. Si tratta quasi certamente di una società specializzata in questo tipo di attività. Questi finti profili, sottolinea uno degli investigatori, «hanno pochissimi seguaci, twittano soltanto su uno o due argomenti, in alcuni casi vengono chiusi per poi ricomparire nei momenti ritenuti utili da chi lancia le campagne di assalto contro gli obiettivi istituzionali».

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L’Internet Research Agency, l’agenzia di San Pietroburgo legata agli apparati di Putin, aveva una cinquantina di profili attivi in lingua italiana che hanno prodotto 18mila tweet in due anni. La maggior parte dei profili è stata disattivata tra 2017 e 2018.

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