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La storia di Marcello Foa e della mail scam che stava per rubare alla RAI un milione di euro

Una truffa da un milione di euro con un finto avvocato e una mail falsamente attribuita al ministro dell’Economia. Sventata dall’amministratore delegato della RAI, mentre il suo presidente scelto da Salvini non si è accorto di nulla e non ha verificato niente. Nonostante non fosse così difficile

marcello foa

Quella di Marcello Foa e della tentata truffa con la finta mail di Tria è una storia molto strana, che comincia con l’«esperto» di fake news che abbocca a uno scam senza riconoscerlo e finisce con gli investigatori che scoprono che dietro il tentativo, ripetuto a volte con successo con altre aziende italiane, ci sono due italiani residenti in Israele.

La storia di Marcello Foa e della mail scam che stava per rubare alla RAI un milione di euro

Oggi Carlo Bonini su Repubblica  racconta che ci siano almeno cinque stangate andate a segno secondo la procura di Milano per un totale di dieci milioni di euro rubati: quattro sono stati congelati. I magistrati scoprono che due giovani italiani di quell’organizzazione fanno parte:

Hanno lasciato l’Italia da qualche anno per stabilirsi in Israele. E sembrano usciti da un film. Uno di loro, soprattutto. Parla almeno cinque lingue. Veste di un’eleganza ricercata. Vive spostandosi tra Europa e Medio Oriente in hotel a cinque stelle. Ama le auto fuoriserie, le uniche che utilizza per spostarsi. E che affitta in contanti quando passa per l’Europa. Dove il denaro incassato a Hong Kong rientra attraverso un complesso tragitto di bonifici estero su estero, concepito per cancellarne l’origine e per essere reinvestito in acquisti immobiliari in Italia. Dicono ora che il tempo dei due stia scadendo. Che, presto, saranno arrestati per pagare il conto tutto in una volta. Rai compresa. E chi sa che quel giorno la loro storia e quella delle loro numerose vittime non faccia un passo avanti ancora. Anche perché, per essere «un’inutile perdita di tempo», come appunto ebbe a dire chi seppellì la faccenda, si riconoscerà che il tempo a qualcosa è servito.

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La strana truffa della mail (La Repubblica, 9 maggio 2020)

La storia comincia il 29 aprile 2019, quando il presidente della RAI Marcello Foa riceve una mail il cui mittente indica l’allora ministro dell’Economia Tria. A Foa viene chiesto di pagare un milione per un contratto con società cinesi. Nella mail è indicato come mediatore un avvocato con studi a Milano e Ginevra. Quel giorno il legale raggiunge telefonicamente Foa per spiegargli come dovrà essere eseguita l’operazione. Il giorno successivo, martedì 30 aprile, Foa risponde al ministro Tria annunciandogli che provvederà ad evadere la sua richiesta. Non personalmente, ma attraverso gli uffici dell’amministratore delegato Fabrizio Salini. Che infatti incontra quel giorno. Poche ore prima di lasciare Roma, dove rientrerà solo il 6 maggio, dopo alcuni giorni di vacanza.

Quel 30 aprile, nell’incontrarlo, Salini mostra una perplessità che, al contrario, sosterrà di non vedere in Foa, deciso a dare corso alla richiesta della mail ricevuta dal ministro. Del milione dovuto a società cinesi Salini non ha infatti mai sentito parlare. E, soprattutto, lo incuriosisce la singolare modalità con cui l’operazione viene sollecitata. Chiede inutilmente al Presidente di avere copia della mail che ha ricevuto da Tria, senza ottenerla. Poi, qualche ora dopo, sulla sua casella di posta, ecco apparirne due di mail, da due diversi indirizzi a lui sconosciuti, e di contenuto identico a quella ricevuta da Foa: l’indicazione dell’avvocato d’affari quale mediatore, i cinesi, il contratto internazionale.

Salini torna dunque a sollecitare Foa, che pure continua ad apparirgli tranquillo. Gli chiede se avesse avuto prima di allora rapporti con quell’avvocato Portolano, ottenendone un rotondo “no”. E, nondimeno, lo convince a telefonargli di fronte a lui. È una comunicazione che, nei ricordi di Salini, dura pochissimo. Foa chiede spiegazioni, ma non ottiene dal professionista altro che una frettolosa conclusione della conversazione.

Ma quanto è sveglio il presidente RAI scelto da Salvini

A quel punto Salvini fa quello che Foa non si è nemmeno sognato di fare nonostante si parlasse di un milione di euro di soldi pubblici. Telefona a Tria. Che ovviamente cade dalle nuvole.  Il ministro nulla sa né di cinesi, né di contratti garantiti dalla mediazione di un asserito avvocato Portolano. Salini a quel punto va dai carabinieri. Che cominciano a indagare ma nel frattempo l’amministratore delegato della RAI avverte anche Foa che la storia era falsa e allora anche il presidente di viale Mazzini si presenta dalle forze dell’ordine per sporgere denuncia.

Intanto però la Procura di Roma lavora. Dispone accertamenti informatici sulle mail consegnate da Salini. Identifica l’avvocato Francesco Portolano. Un professionista di primissimo livello con uffici a Milano e Ginevra. Conclude, rapidamente, che è una vittima della truffa. Anche la sua identità, come quella di Tria, è stata infatti sottratta dagli architetti della stangata. Chi ha parlato con Foa, di quel professionista spendeva insomma il nome, dopo averglielo a sua insaputa rubato. E non per la prima volta. La Procura di Roma scopre infatti che l’avvocato Portolano già il 16 aprile del 2019 (due settimane prima della falsa mail di Tria) ha denunciato a Milano di essere stato vittima di un furto di identità a scopo di truffa. E di averlo fatto una seconda volta, il 20 giugno successivo, dopo aver scoperto che qualcuno aveva continuato a spendere fraudolentemente il suo nome.

fabrizio salini

A quel punto l’indagine si sposta per competenza a Milano. Che scopre che le truffe di questo tipo sono tantissime e che le vittime sono sempre grandi aziende.

Ventisette, appunto, soltanto in Italia. Il format lo stesso. Come l’organizzazione che l’ha brevettato. Si sceglie il “Ceo” di una grande società come vittima. Lo si aggancia con e-mail che hanno quale dominio quello di una “controllante”. Si chiede al “Ceo” piena e riservata collaborazione per la definizione di operazioni finanziarie strategiche e di rilevante importo. Si convince il “Ceo” a creare un canale di comunicazione parallelo su indirizzi mail privati e, a quel punto, appare il finto avvocato d’affari incaricato di chiudere l’operazione. L’ultimo passaggio è l’indicazione di un conto corrente di una banca di Hong Kong dove accreditare le somme.

E intanto ci si chiede come sia possibile che un giornalista con un rapporto così dialettico con le fake news – nel senso che a chiacchiere si è sempre detto esperto, mentre nei fatti ha spesso dimostrato il contrario – sia ancora al suo posto. A parte il fatto che lo abbia scelto Salvini, altri motivi non se ne vedono.

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