La macchina del funky

Il manifesto di Nicola Zingaretti per il PD

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“C’è tanto cammino da fare; mi sento impegnato, nelle forme che la politica deciderà, a dare una mano: perché il momento non permette a nessuno di ritrarsi in posizioni protette e rassicuranti”: Nicola Zingaretti scrive un lungo articolo per il Foglio allo scopo di presentarsi al Partito Democratico come futuro leader. Un passo necessario per un presidente di Regione la cui poltrona già scricchiola per iniziativa della Lega e di Sergio Pirozzi. Nella sua lunga disamina degli errori del PD e delle sconfitte di questi anni Zingaretti afferma in più occasioni che non è tutta colpa di Renzi, anche se lui non l’ha mai votato. Poi elenca i suoi cinque punti per rigenerare il centrosinistra:

A) Reimmergere il partito nella vita reale. Non serve un generico appello a stare tra la gente. Cosi come siamo servirebbe a poco. Serve il preciso obiettivo politico di una forma partito nuova, in grado di superare apparati burocratici, pratiche autoreferenziali e correntismo di potere. Che pensi a una vita associativa diversa, stimolante, aperta, che offra opportunità e inclusione anche a chi vuole sentirsi parte del Pd e non affiliato al “capo” di turno. Noi non possiamo vivere i momenti collettivi dell’identità solo nei momenti divisivi delle primarie. E poi, un partito in grado di costruire i luoghi di una partecipazione che decide, anche attraverso permanenti forme di democrazia diretta; con le quali realizzare una doppia “civilizzazione”: quella dei cittadini regrediti dalla loro sofferenza senza voce e dal messaggio apodittico e demagogico dei populisti e quella dell’insieme delle nostre classi dirigenti così disabituate al confronto diretto con la vita reale e alla ricerca intellettuale, programmatica e ideale.

B) Il lavoro di questo nuovo partito deve recuperare un punto di vista critico. Noi esistiamo per cambiare le cose nel senso di una maggiore giustizia e di una liberazione delle energie migliori della società; l’apertura massima ad un confronto continuo e di massa sulle scelte programmatiche, tattiche o di governo che via via dobbiamo compiere, deve, dunque, intrecciarsi con la riaffermazione di un nostro sistema di valori. Rinnovato alla luce dell’oggi, ma ben radicato nella nostra missione storica. La destra di oggi fonda la sua forza nell’inventare il capro espiatorio dei problemi. I 5 Stelle sono bravi a rappresentarli: due opzioni velleitarie. Noi dobbiamo essere i più credibili nel risolverli.

C) Al centro di tutto si deve collocare la questione europea.

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D) Occorre rifondare un campo perché la crisi riguarda tutti. Non confondere il giusto orgoglio di partito con l’errore dell’arroganza e la presunzione. Non tutto ciò che non è Pd è nostro avversario. Nei territori e nella società, questo è sempre più evidente, vivono le forme più diverse di aggregazione sociale, politica, liste civiche e associazioni, Sindaci indipendenti che rappresentano una immensa ricchezza della democrazia e possono rappresentare un valore aggiunto importante se coinvolte, nel modo giusto, più direttamente in un campo politico. Bisogna avere l’umiltà di provarci. Permettetemi di citare il risultato della mia Regione: ad alleanza più larga, corrisponde anche un Pd più forte. Con troppa facilità abbiamo rimosso che nei Comuni e nelle Regioni vigono sistemi elettorali maggioritari ad elezione diretta. Un Pd isolato ci condanna (come purtroppo sta avvenendo) solo alle sconfitte.

E) Aiutare la crescita di una generazione più colta, consapevole, libera, non solo dentro il partito, è una scelta prioritaria sull’idea di Paese. La drammatica questione del rischio di marginalità giovanile si intreccia sempre di più ad una crisi di senso, esistenziale ed umana che porta molte ragazze e ragazzi ad allontanarsi non solo dalla politica, ma da ogni esperienza di relazione autentica e formativa con gli altri. E invece c’è una diversa e nuova questione giovanile che nessuno sembra vedere. Non si tratta solo di assolvere a un dovere nei loro confronti. Per risollevare le sorti dell’Italia noi abbiamo bisogno dei giovani. Di imparare da loro. Di mettere al centro di un nuovo modello di sviluppo la loro creatività, forza intelligenza e fantasia. Per risollevare il Paese serve un netto nuovo investimento sul capitale umano, a cominciare dai giovani, o l’Italia non ce la farà mai. Un investimento generale non solo sulle élites ma sul “popolo” dei giovani: perché serve in ugual misura lo scienziato che dovrà inventare e il nuovo meccanico che dovrà riparare.

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