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Il referendum del PD sull’alleanza con il M5S

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«Non sono d’accordo a fare un governo con i 5 stelle, ma su decisioni importanti potrebbe essere utile una consultazione degli iscritti, anche sulla possibilità eventuale di fare un governo»: stavolta a parlare è Ettore Rosato, fedelissimo di Matteo Renzi, e se sono i renziani ad aprire alla possibilità di un referendum tra gli iscritti del Partito Democratico sull’alleanza con il MoVimento 5 Stelle allora forse una possibilità per la consultazione c’è davvero.

Il referendum degli iscritti PD sull’alleanza con il M5S

I renziani sono evidentemente convinti che un referendum degli iscritti porterebbe a un’affermazione della linea renziana, ovvero vincerebbe il no a governi con il MoVimento 5 Stelle. Per questo aprono a una consultazione che potrebbe convocare il segretario reggente Maurizio Martina. Il presidente del partito, Matteo Orfini, ritiene il referendum tra i militanti sulle alleanze un capitolo chiuso: «Non serve, abbiamo già deciso di stare all’opposizione».

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Stavolta non è quindi Il Fatto a chiedere la consultazione e la proposta fa il paio con le aperture disegnate da Walter Veltroni su un “governo del presidente” che potrebbe nascere con l’accordo tra Pd e M5S. Anche qui la posizione dei renziani non è di netta chiusura: “A certe condizioni e con la regia del Colle il Pd dialoghi: se a fine crisi emergesse un’ipotesi a certe condizioni programmatiche, come politiche sociali e adesione alla Ue, sarebbe bene discuterne”, si associa Matteo Richetti ormai sempre più distante dalla linea dell’ex capo.

Di Maio vuole trattare sui ministri

E sempre nell’ottica della collaborazione tra PD e M5S proprio Il Fatto registra un’apertura di Luigi Di Maio: “Dei ministri si parla col presidente della Repubblica, dei temi invece con i partiti politici”. Ovvero con le altre forze, e in primis Pd e LeU, si cercherà un accordo sui punti di programma. Ma l’intesa potrà passare anche attraverso la scelta di nuovi ministri rispetto alla squadra già presentata da Di Maio il primo marzo. Non intoccabile, ammette il candidato premier. Ilario Lombardo sulla Stampa traccia la strategia del Quirinale secondo i grillini:

I grillini lasceranno che Mattarella tenti un’ultima carta con il Pd durante le consultazioni dopo Pasqua. Se andrà male, l’asse costruito nel frattempo con i leghisti sulle presidenze di Camera e Senato, diventerà la struttura portante di un’alleanza di governo ancora tutta da disegnare. I 5 Stelle hanno cambiato schema, temono di tornare al voto con una legge elettorale sfavorevole, «magari con un premio di maggioranza incostituzionale» che favorisca Matteo Salvini e non loro, dopo mesi a tenere in vita un parlamento rissoso. Nessuno, poi, nel M5S ha la sicurezza che i gruppi, consumati da settimane o mesi di crisi, terranno compatti, o che invece messi di fronte al timore di perdere la poltrona per colpa di nuove elezioni, non imploderanno.

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La linea della trattativa

C’è quindi una linea della trattativa che si interseca con la proposta di un referendum fatta propria dai renziani che hanno la convinzione di vincere la consultazione interna e stoppare così ogni proposta di alleanza tra Partito Democratico e MoVimento 5 Stelle. Piccoli spiragli che si vanno ad aggiungere alle aperture fatte da Dario Franceschini, con l’idea di un Pd che aiuta a far partire una legislatura Costituente, e Michele Emiliano, esponente della minoranza favorevole al dialogo con i pentastellati.

luigi di maio alleanza pd lega m5s base 5 stelle - 11

Intanto, nel partito, continua il percorso di avvicinamento all’assemblea di metà aprile. Sempre più probabile che in quell’occasione verrù eletto il successore di Matteo Renzi al Nazareno. Tra i nomi in lizza per il ruolo del segretario, prende sempre più piede l’ipotesi di una prorogatio di Maurizio Martina, reggente che sta attirando su di sé un vasto consenso nel partito. Più indietro Graziano Delrio, ministro delle Infrastrutture a cui in tanti guardano ma che per il momento non ha sciolto le proprie riserve. In tanti lo accreditano come nome buono da spendere da qui a un anno, quando si tornerà a scegliere il leader dem con le primarie. Stesso discorso vale per Carlo Calenda.