Politica

Le fregnacce del M5S sullo spread

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Un paio di giorni fa Stefano Buffagni, sottosegretario M5S agli Affari Regionali, ha dimostrato la sua clamorosa competenza in materia economica sul Blog delle Stelle esultando per l’aumento dei rendimenti dei BtP. Oggi Buffagni, che viene dipinto come un fedelissimo di Di Maio e si vede proprio che lo è, in un’intervista al Corriere della Sera invece di accettare il fatto di aver detto una fregnaccia ribadisce il concetto:

Sì è espresso in modo favorevole sull’asta dei Btp…
«Mi faccia chiarire».

Dica.
«La crescita del tasso di emissione per me era purtroppo già assodata ma stiamo lavorando per farla rientrare. La nota positiva è che anche in questa fase la domanda dei nostri titoli alle aste non manca affatto, ed è rimasta più o meno in linea con le precedenti emissioni; non nascondo ci fosse attenzione particolare sul tema».

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La maggior spesa dovuta per lo spread (Corriere della Sera, 4 settembre 2018)

Il chiarimento in effetti chiarisce oltre ogni ragionevole dubbio che Buffagni non sa di che parla. Il problema che sfugge a Buffagni è che quando i rendimenti sono alti significa che lo Stato dovrà pagare di più di interessi a coloro che gli hanno prestato i soldi. Detta facile: costerà di più pagare perché coloro (investitori italiani e stranieri, banche etc) che hanno comprato i Btp chiederanno più soldi per compensare il maggior rischio d’investimento. Quando lo spread poi salirà ancora è probabile che nessuno sia disposto a comprare i Btp perché il rischio è troppo elevato. Indovinate chi pagherà i maggiori interessi? Esatto, proprio i cittadini italiani con le loro tasse. In più, come ha spiegato oggi proprio il Corriere, l’ultima Indagine della Banca d’Italia mostra infatti che solo il 20% più ricco degli italiani ha quote sostanziali di patrimonio sotto forma di ricchezza finanziaria (per gli altri prevalgono gli immobili). E solo il 30% più ricco investe almeno un decimo di queste somme direttamente in titoli di Stato; in parte lo fa poi anche attraverso fondi gestiti. In base agli equilibri attuali, quasi un quarto dei nuovi titoli e un quarto di quei sei miliardi in più dovrebbe andare a loro. Pochissimo andrà invece al 30% di famiglie che possiede di meno, non solo perché appunto possiede di meno — la ricchezza netta per abitante nel quindicesimo «ventile» è appena di 11 mila euro — ma perché la quota di risparmio finanziario investibile non supera il 3%. I titoli a cedola più alta li comprano invece banche e assicurazioni (oltre un quarto) e appunto investitori esteri (poco meno di un terzo). Resta da capire chi paga questi creditori con le proprie tasse, ed è qui che gli italiani con redditi medio-bassi entrano in scena. Praticamente metà dei contribuenti è compresa in redditi fra i 12mila e i 26 mila euro e versano ogni anno 38 miliardi in Irpef netta. È da lì che parte delle loro tasse saliranno sotto forma di cedole verso i ceti più alti,verso le banche e gli investitori esteri.

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