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Loretta Bolgan e il vaccino per COVID-19 “prodotto su linee cellulari fetali cancerogene”

In un intervento su Radio Linea Numero 1 la dottoressa Loretta Bolgan, “consulente scientifica” come viene definita durante la trasmissione, torna a parlare di uno temi più splatter riguardo i vaccini, ovvero le “linee cellulari fetali cancerogene” su cui verrà prodotto il vaccino per COVID-19. Aggiungiamo qualche precisazione

Nel video che potete vedere qui sopra e tratto da un suo intervento su Radio Linea Numero 1 la dottoressa Loretta Bolgan, “consulente scientifica” come viene definita durante la trasmissione, torna a parlare di uno temi più appassionanti (yawn) del variopinto mondo dei no-free-boh vax, ovvero i feti nei vaccini. Lo spunto per tornare sull’argomento è il vaccino (ancora in fase sperimentale) per COVID-19 ma le tematiche le abbiamo sentite spesso.

Loretta Bolgan e il vaccino per COVID-19 “prodotto su linee cellulari fetali cancerogene”

Bolgan esordisce dicendo che il vaccino per COVID-19 viene prodotto “su linee cellulari fetali cancerogene”. “Le industrie cos’hanno fatto? Hanno preso la sequenza di questo virus e l’hanno riprodotto con un sintetizzatore, quindi l’antigene è stato sintetizzato chimicamente in laboratorio. Questo è stato messo un adenovirus che è stato ingegnerizzato in maniera da non causare danni (anche se potrebbe integrarsi nel DNA e fare altri pasticci). Questo vettore viene cresciuto e moltiplicato in linee cellulari per produrre le dosi. Quindi viene messo in coltura e le colture sono linee fetali che vengono prodotte da feti abortiti. Non è che si tratti di feti abortiti diversi ogni volta, viene selezionata una linea, resa cancerogena (e quindi che si replica in maniera indefinita per produrre una grande quantità). Il problema è che queste linee cellulari rilasciano DNA fetali che finisce dentro i vaccini. Il fatto che ci possano essere residui di lavorazione così importanti è un rischio per la salute. Si dovrebbe lavorare per la purificazione ma in due mesi non è possibile”.

loretta bolgan vaccino covid-19

Della questione dei vaccini “fatti con feti abortiti” abbiamo parlato qualche tempo fa visto che diverse organizzazioni pro-life ne hanno parlato. Di questo dilemma morale si occupò la Pontificia Accademia per la Vita nel 2005, sancendo la liceità dell’utilizzo dei vaccini derivati da colture che hanno utilizzato cellule di feti abortiti qualora non ci siano alternative (e non ce ne sono). Un documento molto ambiguo nel quale si condanna però l’uso di feti abortiti per la produzione di vaccini.

Ai fedeli e ai cittadini di retta coscienza (padri famiglia, medici, ecc.) spetta di opporsi, anche con l’obiezione di coscienza, ai sempre più diffusi attentati contro la vita e alla “cultura della morte” che li sostiene. E da questo punto di vista, l’uso di vaccini la cui produzione è collegata all’aborto provocato costituisce almeno una cooperazione materiale passiva mediata remota all’aborto, e una cooperazione materiale passiva immediata alla loro commercializzazione. Inoltre, sul piano culturale, l’uso di tali vaccini contribuisce a creare un consenso sociale generalizzato all’operato delle industrie farmaceutiche che li producono in modo immorale.

Ma in realtà no, i vaccini non contengono cellule fetali umane. Per spiegare come si è diffusa la storia ricordiamo la difficoltà con cui DNA estraneo può essere incorporato all’interno delle cellule e far sì che producano proteine. Questo è uno dei problemi principali della terapia genica. Durante un’epidemia di rosolia nel 1960, per sviluppare il vaccino contro la rosolia alcuni ricercatori isolarono il virus prelevandolo da tessuti di feti abortiti. Chi crede che prendere la rosolia sia una passeggiata e che non faccia nulla di male non considera che è una malattia in grado di danneggiare i feti. Ad esempio i neonati figli di madri che hanno avuto la rosolia durante la gravidanza hanno ottime probabilità di essere ciechi, di sviluppare malattie cardiache, ritardo mentale, polmonite e un’infiammazione chiamata encefalite. Si chiama Sindrome della Rosolia Congenita e come ricorda la Pontificia Accademia “nel 1964 negli USA l’epidemia provocò 20.000 casi di rosolia congenita risultando in 11.250 aborti (spontanei o chirurgici), 2100 morti neonati, 11.600 casi di sordità, 3.580 casi di cecità, 1.800 casi di ritardo mentale“.

COVID-19 e la solita storia dei feti abortiti

Per questo motivo alcune madri, preoccupate dalla forte possibilità di dare alla luce bambini affetti da malattie congenite decisero di abortire. Gli aborti furono una scelta volontaria e non furono provocati per fini scientifici. Altrettanto liberamente le madri decisero di donare i tessuti fetali alla ricerca. A partire da quella linea cellulare i ricercatori coltivarono il virus di quello che poi divenne il vaccino contro la rosolia. Ma una volta iniziata la coltivazione di quella linea cellulare non è stato più necessario utilizzare nuovi tessuti fetali per la produzione dei vaccini. Quindi non sono necessari “nuovi aborti” per produrre i vaccini. Lo stesso avviene per quanto riguarda la presenza di cellule di rene di scimmia o altri animali. Si tratta di cellule utilizzate per coltivare il virus sulle classiche piastre di Petri. Ma una volta prodotto il vaccino viene purificato e non esiste alcun “pezzo di rene di scimmia” che galleggia dentro la fialetta del vaccino.

era Loretta

Per essere prodotto un vaccino ha necessità di un mezzo nel quale far crescere il virus. Quel mezzo deve essere un tessuto di un essere vivente (ad esempio altri mammiferi). Il problema è che per alcuni virus (la rosolia, l’epatite A, la varicella e l’herpes zoster) sono talmente specifici che possono essere prodotti solo a partire da tessuti umani. Di qui la scelta di utilizzare  cellule prese da due aborti, uno (MRC-5) avvenuto nel settembre del 1966 e uno (WI-38) avvenuto nel luglio 1962. Per spiegare quanto sia improbabile che il DNA di quelle cellule possa modificare il nostro organismo pensate alla difficoltà cui vanno incontro i pazienti cui viene trapiantato un organo. Il nostro corpo riconosce i tessuti cellulari estranei come “nemici” e per questo sono necessarie terapie anti-rigetto. Avete mai sentito qualcuno lamentarsi che un trapianto di reni possa causare l’autismo? Eppure fu proprio dalle cellule renali dei feti che vennero coltivati i vaccini. In più, i pro-life coinvolti nella battaglia dimenticano che grazie al vaccino contro la rosolia molte madri poterono risparmiarsi il dolore di dover abortire. Se non ci fosse stato il vaccino questo non sarebbe avvenuto.

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