Economia

Lo sciopero al contrario degli operai di ILVA

Gli operai di ILVA annunciano lo sciopero al contrario: si recheranno al lavoro e continueranno a produrre acciaio finché sarà possibile, senza fermare gli impianti come vorrebbe ArcelorMittal, che ha già annunciato il suo calendario per lo spegnimento del colosso della siderurgia che prevede le ultime fermate degli altiforni, delle cokerie e dell’agglomerazione, entro il 15 gennaio.  “È un’idea già emersa nell’ultimo consiglio di fabbrica, l’avevamo proposta anche noi – spiega oggi al Fatto Quotidiano Francesco Brigati, Rsu della Fiom Cgil – Sì, pensiamo a uno sciopero al contrario. Non vogliamo essere complici della morte della fabbrica. Ogni decisione andrà condivisa con le altre sigle e i lavoratori”.

Lo sciopero al contrario degli operai di ILVA

Diversi mezzi pesanti si sono già schierati davanti alle portineria dello stabilimento siderurgico ex Ilva di Taranto in segno di protesta per i crediti vantati in generale dalle aziende dell’indotto (non sono dagli autotrasportatori) nei confronti dei gestori di Arcelor Mittal. Secondo quanto si apprende al presidio sono arrivati e arriveranno anche da fuori regione. Sul posto sono arrivati il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano e il presidente della Confindustria Taranto Antonio Marinaro. Lo sciopero al contrario degli operai di ILVA fa parte di una protesta coordinata che riguarda anche le imprese che hanno maturato un credito complessivo intorno ai 60 milioni di euro e che oggi saranno in presidio alla portineria C dello stabilimento con dipendenti e mezzi. Le stesse imprese potrebbero ritirare gli operai dai cantieri e mettere in libertà i dipendenti. Le ditte di autotrasporto hanno già minacciato di bloccare le portinerie d’ingresso ed uscita merci dello stabilimento se a breve non saranno saldate le fatture. Ma intanto ArcelorMittal dovrà anche fronteggiare l’offensiva della magistratura, che già nelle prossime ore, scrive Giuliano Foschini su Repubblica. cercherà di trovare le risposte a qualche domanda:

Che fine ha fatto il magazzino da 500 milioni che i commissari avevano lasciato ai nuovi proprietari dell’Ilva? Sono stati rispettati tutti gli impegni presi nelle manutenzioni? E ancora: è stato regolare l’andamento del titolo Arcelor sulle Borse estere dopo l’annuncio del disimpegno? Sono trasparenti le triangolazioni sulle vendite e gli acquisti con società estere del gruppo? Al momento non ci sono indagati. Ma i reati sul tavolo sono gravi, tanto da preveder il carcere: si va dalla bancarotta al 499 del codice che prevede pene fino a 12 anni per chi «cagiona un grave nocumento alla produzione nazionale».

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ILVA, il calendario per la chiusura degli impianti (Il Messaggero, 18 novembre 2019)

Alla questione Ilva-Arcelor stanno lavorando, in accordo, le procure di Milano e Taranto. La prima si occuperà dei possibili reati finanziari. La seconda di quelli legati più strettamente alla fabbrica. Il procuratore di Milano, Francesco Greco, ha fatto sapere di aver aperto un fascicolo senza indagati e senza reati, avendo però affidato già una delega alla Guardia di Finanza.

È da chiarire, per esempio, il ruolo di una società olandese da cui Arcelor comprerebbe grandi quantità di materie prime. È una società del gruppo Arcelor. E qualcosa potrebbe non tornare: i prezzi sembrano essere troppo alti rispetto a quelli del mercato. Ilva quindi spenderebbe più del dovuto. E Arcelor pagherebbe meno tasse, grazie alla fiscalità avvantaggiata olandese.

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I numeri dell’acciaio (La Repubblica, 18 novembre 2019)

Un problema simile potrebbe esserci anche nel sistema delle vendite. Gran parte del materiale prodotto a Taranto non finirebbe direttamente agli acquirenti. Ma la transazione sarebbe mediata da un’altra società del gruppo Arcelor, anch’essa con sede all’estero. Non un affare per Ilva. Perché i prezzi sarebbero molto più bassi rispetto a quelli di mercato.

ILVa, lo scudo penale, il socio cinese e l’appoggio pubblico

Intanto i rumors proprietari danno l’azienda pronta a sedersi al tavolo della trattativa in cambio dello scudo penale.  Ma non c’è soltanto questa ipotesi sul tavolo. Tra le ipotesi sul campo c’è quella di un interessamento dei cinesi del gruppo Jingye, come riportato ieri dal Sole 24 Ore. Il governo si appresta infatti a incontrare i consulenti di Ernst&Young che in passato hanno lavorato all’operazione di salvataggio delle acciaierie British Steel, rilevate appunto lo scorso maggio, dopo il fallimento, per un importo di 70 milioni di sterline (circa 81,5 milioni di euro). I cinesi contestualmente al salvataggio si sono in quel caso impegnati a rispettare un piano di riconversione degli impianti dal carbone a fonti di energia pulita che richiederà un investimento di 1,2 miliardi di sterline (1,4 miliardi di euro).

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La crisi di ILVA e le conseguenze sull’indotto (Corriere della Sera, 18 novembre 2019)

Ma, spiega oggi il Corriere della Sera, allo studio del governo esiste anche l’ipotesi di un intervento pubblico, che necessariamente prenderebbe forme diverse da quelle di una nazionalizzazione tout court dell’impianto di Taranto.

A rendere impraticabile questa soluzione sono i numeri: con due milioni di perdita giornaliera e la forte riduzione di capacità produttiva determinata dalla chiusura dell’Altoforno 2, la capacità produttiva di Taranto è ridotta da 6 a 4,5 milioni di tonnellate e su questi livelli non potrà più impiegare gli attuali 10.700 addetti (più altri 1.700 in cassa integrazione). Ecco dunque tornare in campo l’ipotesi di un intervento della Cassa Depositi e Prestiti, con un eventuale ingresso della Cdp ne lcapitale di Am Investco Italy, nella quale tuttavia i Mittal dovrebbero mantenere una posizione di rilievo. A questa ipotesi si oppongono le fondazioni, azioniste di Cdp al 15,9%.

Evitando di assumere rischi eccessivi e in sintonia con il suo mandato di proteggere il risparmio postale da cui si alimenta, la Cassa potrebbe fare da capofila per creare attraverso società a partecipazione pubblica come Fincantieri o Finmeccanica un polo di nuove iniziative produttive legate al consumo di acciaio e localizzate nell’area tarantina. C’è infine una opzione che guarda verso la Turchia, già presente a Taranto attraverso il gruppo Yilport, che ha in concessione il molo polisettoriale del porto cittadino. Si parla di un possibile interessamento all’impianto Ilva da parte del gruppo Oyak che controlla Ataer Holding, società che aveva avanzato una proposta di acquisto per le acciaierie British Steel, poi andate ai cinesi di Jingye.

Il punto però rimane sempre lo stesso: gli indiani hanno detto di voler rinunciare all’acciaieria di Taranto per la mancanza dello scudo penale e per le sentenze della magistratura sull’alto forno che rende impossibile raggiungere gli obiettivi minimi di produttività per rendere sostenibile il piano industriale, ma sappiamo che si tratta di sciocchezze: prima di annunciare tutto ciò hanno provato con il governo la via della trattativa per cacciare cinquemila esuberi. Il vero motivo della decisione di ArcelorMittal è che attualmente c’è una sovrapproduzione di acciaio a livello mondiale e, quindi, un calo generalizzato del prezzo del prodotto che rende non più conveniente la produzione. I dazi di Trump hanno chiuso la strada all’acciaio cinese che si è riversato sull’Europa causando crisi nelle acciaierie di tutto il vecchio continente, tanto che ad Hannover e in Francia sono nella stessa situazione di Taranto. Perché quello che non è conveniente per ArcelorMittal dovrebbe essere conveniente per qualcun altro?

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