Economia

L’Italia delle grandi opere pubbliche bloccate

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L’Italia è il paese delle grandi opere pubbliche bloccate. Quelle per mitigare i rischi di inondazione hanno lo stesso destino delle altre: negli anni ’60 l’Italia è riuscita a costruire l’Autostrada del Sole in cinque anni, oggi per fare un tombino ce ne vogliono sei, dice Pietro Salini, amministratore delegato di Salini Impregilo:

«Scusi, ma Venezia è sommersa dall’acqua, i ponti delle autostrade crollano, l’Italia è in ginocchio dal punto di vista delle infrastrutture, abbiamo un lungo elenco di opere importantissime bloccate. E non perché manchino i fondi, ma perché si sono impantanate nella palude della burocrazia che ha paura di fare, e il Pil non riparte. Che altro deve succedere? Sarò brutale, ma la situazione è questa e se non la si cambia il Paese affonda».

Quale soluzione per Venezia?
«Mi pare che il progetto Mose sia commissariato da tempo. Non mi sembra che questa soluzione stia dando risultati».

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Le grandi opere pubbliche bloccate in Italia (La Repubblica, 18 novembre 2019)

Vi candidate a farlo? Ne avreste le competenze…
«Assolutamente no. Abbiamo già molto da fare».

E come si cambia, secondo lei?
«A Genova sono in vigore le stesse leggi che valgono nel resto d’Italia. Ma la differenza è che là tutti – dal governo alle amministrazioni locali, dalla magistratura all’autorità per l’ambiente – sono uniti nel voler fare il nuovo ponte. Serve questa volontà comune, che deve partire dal fatto che le infrastrutture sono un fattore essenziale di sviluppo. È necessario, ad esempio, modificare il modo in cui sono fatti i contratti, che oggi addossano ai costruttori tutti i rischi, compresi quelli assolutamente fuori dal loro controllo, come i cambiamenti di norme che avvengono successivamente. La normativa deve cioè essere fatta per fare le infrastrutture non per bloccarle».

Tanta diffidenza ha qualche ragione forse. Il passato degli appalti pubblici è tutt’altro che edificante.
«Ma distruggere il settore delle costruzioni, come in buona parte si è già fatto, non risolve nulla. Anzi, aggrava la situazione. Ci sono stati casi di malaffare, come in tutti i settori, che vanno puniti, ma questo non significa colpevolizzare un’intera industria e farla morire, e con lei l’occupazione. Invece il Paese si è fermato in modo indiscriminato, con danni per tutti. Salini-Impregilo fa circa l’8%del fatturato in Italia, ma non perché vogliamo fare tutti i lavori all’estero, bensì perché l’Italia manca all’appello. Nel piano industriale che finisce quest’anno prevedevamo di realizzare 7 miliardi di fatturato a fine 2019. È mancata la parte italiana, ma continuiamo a crescere all’estero».

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