Economia

Legge di stabilità: perché è un'occasione sprecata

matteo renzi buco manovra

La Legge di Stabilità illustrata ieri da Matteo Renzi contiene luci ed ombre. Purtroppo le seconde prevalgono sulle prime. Analizzando le voci della manovra, ciò che emerge è che si tratta di un intervento basato sull’assunto che minori tasse finanziate in parte con tagli alle spese, abbiano un effetto espansivo. È pur vero che 11 miliardi provengono dal deficit, e che i tagli alle spese sono “solo” 15 miliardi. Ma anche dal lato delle minori tasse scopriamo che in realtà si tratta, almeno per 12,5 miliardi, di una conferma della situazione esistente e non di un ulteriore riduzione delle imposte. Parliamo della conferma degli 80 euro in busta paga (9,5 miliardi), che non si sono trasformati in consumi, e dei 3 miliardi di eliminazione di nuove tasse. La novità quindi è limitata ai 5 miliardi di riduzione dell’IRAP e a 1,9 miliardi di sconti per le assunzioni a tempo indeterminato, a cui possiamo aggiungere interventi minori sulle partite IVA per 800 milioni. Misure positive (ecco le luci) ma che fanno da contraltare a quei 15 miliardi di riduzione della spesa, dentro i quali troviamo misure probabilmente neutre (stipendi dei dirigenti, canoni di locazione), altre “una tantum”, ma molte invece che potranno incidere sul portafoglio dei cittadini. Così vanno letti, ad esempio, i tagli dei trasferimenti alle Regioni e agli enti locali che si tradurranno o in minori servizi o in maggiori tasse locali.
 


SCARSI EFFETTI SULL’OCCUPAZIONE
Bada alla disoccupazione e il bilancio baderà a se stesso, scriveva Keynes. Perché evidentemente ridurre la disoccupazione significa maggiori entrate (le tasse pagate dai nuovi assunti e dalle imprese che vedono aumentare i propri fatturati a seguito dei maggiori consumi) e minori spese (i sussidi di disoccupazione comunque denominati). La manovra renziana però non sembra dare grandi speranze sulla ripresa dell’occupazione. Non basta infatti ridurre le tasse sul lavoro per avere più occupati. Il taglio dell’IRAP può essere una misura positiva perché riduce il costo del lavoro, e quindi aumenta la competitività, ma non basta questo ad abbattere la disoccupazione di massa. Un’impresa non assume se la domanda delle sue merci non cresce. Il lavoro può anche costare poco, ma se il lavoratore non ti serve perché hai ancora scorte di magazzino da vendere e non prevedi un aumento della domanda, generalmente non assumerai nessuno. In qualche caso può innescarsi un effetto addirittura perverso: se il costo del lavoro scende troppo, alle imprese converrà comprare meno macchinari, sostituendo il capitale con il lavoro. E questo comporta una riduzione della produttività, il nostro vero tallone d’Achille. E se il governo pensa, per questa via, di aumentare le esportazioni e così trainare la ripresa, fa male i suoi conti, vista la scarsità della domanda estera che incomincia a preoccupare persino la Germania.
Impatto totale delle misure della legge di stabilità
Impatto totale delle misure della legge di stabilità

L’OCCASIONE PERSA
Diamo pure per buone le misure illustrate da Renzi. Il problema di questa manovra è ciò che manca: gli investimenti. Il Fondo Monetario Internazionale nel suo ultimo World Economic Outlook ha spiegato che gli investimenti pubblici, in particolare quelli infrastrutturali, si ripagano da soli. Allora la scelta migliore per la destinazione del deficit era proprio questa. Una manovra che avesse speso gli 11 miliardi presi a prestito in riassetto del territorio, banda larga e sostituzione delle importazioni energetiche avrebbe prodotto crescita tanto nel breve quanto nel lungo periodo. Altro che debito sulle spalle dei nostri figli. Al contrario, avremmo lasciato in eredità un paese più competitivo, sicuro e moderno alle prossime generazioni e contemporaneamente avremmo affrontato i problemi congiunturali della bassa domanda e della disoccupazione che stanno già diventando cronici. È questo il vero delitto della Legge di Stabilità 2014: aprire un conflitto con l’Europa e rischiare una bocciatura per nulla o quasi nulla. Un governo lungimirante avrebbe sfondato il tetto del deficit anche in misura molto maggiore, ad esempio arrivando al 4,4% come la Francia, ma per una buona ragione. Così è un’occasione persa. Ora speriamo tuttavia che il governo tenga duro, e di fronte ai probabili niet di Bruxelles non pieghi la testa. Almeno questo. Almeno che non si peggiori una manovra già così modesta e dal sapore squisitamente elettorale.