Economia

Le supercazzole di Giorgia Meloni sul MES

Giovanni Drogo|

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Ieri Giorgia Meloni era a Bruxelles, davanti al Consiglio Europeo per parlare della “trappola del MES“. Prima una manifestazione di piazza e di popolo, poi una conferenza stampa nelle sacre stanze del potere europeo. «Portare nel cuore delle istituzioni europee una materia centrale come il Meccanismo Europeo di Stabilità» per «dare voce all’Italia libera e sovrana contro la trappola del MES». La posizione di Fratelli d’Italia è quella di non ratificare le modifiche al Trattato.

Anche Giorgia Meloni non ha capito come funziona il Fondo Salva Stati

La Meloni definisce il MES «un meccanismo assolutamente perverso che minaccia la tenuta dei nostri conti pubblici, minaccia i risparmi degli italiani il tutto per fare un favore a chi in Europa comanda». Ed ancora «un trattato fortemente penalizzante per l’Italia». Perché? Non è dato di saperlo nel dettaglio. La Meloni però ci tiene a ricordare che già quando nel 2012 (durante il governo Monti, al quale la Meloni votò la fiducia) venne ratificata la prima versione del MES i deputati e i senatori che poi avrebbero fondato Fratelli d’Italia erano contrari. Andando a guardare l’esito del voto di ratifica ed esecuzione del Trattato che istituisce il Meccanismo europeo di stabilità al Senato si scopre che la maggior parte dei senatori del PdL che poi avrebbero fondato FdI era assente mentre Achille Totaro Alberto Balboni Alessio Butti e Antonio Paravia votarono a favore. Al voto finale alla Camera invece Giorgia Meloni era assente così come altri deputati del futuro partito, Guido Crosetto votò contro mentre Riccardo De Corato (ora assessore in Lombardia), Fabio Rampelli, Marco Marsilio (attuale Presidente della Regione Abruzzo) e Giampiero Cannella votarono a favore.

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Ad Bruxelles la Meloni ha dichiarato che «l’Italia si è impegnata a contribuire al Fondo Salva Stati per 125 miliardi di euro 15 dei quali già versati ma al quale non potrebbe accedere senza veder commissariata la propria politica economica da soggetti insindacabili, immuni e prendono delle decisioni che non hanno la responsabilità di condividere con nessuno». Questo è quello che prevede il Trattato che è attualmente in vigore che però non parla assolutamente di “commissariamento” della politica economica né di ristrutturazione automatica del debito. Per la leader di FdI la riforma del MES «prevede delle condizioni ancora peggiori» e introduce «elementi drammatici». Quali? Ancora una volta la Meloni non entra nel merito. Forse la materia è troppo tecnica per parlarne durante una conferenza stampa.

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Per la leader di Fratelli d’Italia il MES può decidere «autonomamente» quali condizioni imporre allo Stato che dovesse chiedere il prestito e tra quelle condizioni ci può essere l’obbligo di ristrutturazione del debito. Ma non è così, lo ha detto il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco alla Camera la settimana scorsa: «la riforma non prevede né annuncia un meccanismo di ristrutturazione dei debiti sovrani. Come nel Trattato già oggi in vigore, non c’è scambio tra assistenza finanziaria e ristrutturazione del debito. Anche la verifica della sostenibilità del debito prima della concessione degli aiuti è già prevista dal Trattato vigente». Inoltre il MES non decide “autonomamente” ma anzi la riforma introduce una maggiore collaborazione con la Commissione Europea nelle risposte alle eventuali crisi dei paesi membri. Secondo Giorgia Meloni inoltre il fatto di essere dentro al MES potrebbe addirittura spingere gli investitori a non comprare titoli di Stato perché introdurrebbe l’eventualità che l’Italia sia costretta in futuro a ristrutturare il suo debito pubblico. Ma la Meloni non considera due cose: la prima sono le famose CACs, la seconda che l’alternativa ad un’eventuale (e non obbligatoria) ristrutturazione del debito è il default. Ma soprattutto: se l’Italia si vedesse costretta a chiedere un prestito al Fondo Salva Stati significherebbe che in quel frangente non sarebbe in grado di finanziarsi sul mercato, ovvero non sarebbe già in grado di vendere i propri titoli di Stato. Altrimenti sarebbe facile evitare di bussare alla porta del MES. Ma la Meloni non è soddisfatta e “spiega” che: «il fondo salva stati diventa sempre di più un fondo salva banche», dimenticando però che l’Italia, con il 17% delle quote del Fondo ha il potere di veto e quindi potrebbe opporsi alla concessione di aiuti agli istituto di credito tedeschi.

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