Opinioni

La pandemia di COVID-19, il MedioEvo prossimo e venturo e il mistero della morte

@Vincenzo Vespri|

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La COVID-19 ci ha drammaticamente messo di fronte al moloch della morte e delle sofferenze. L’uomo moderno ha cercato di nascondere queste paure sotto il tappeto, ma, purtroppo per noi, non possono essere cancellate o rimosse. Due brevi novelle di Buzzati (sette piani e topi) descrivono molto bene queste cose. La novella sette piani è una tragica metafora della vita umana. La storia vede il protagonista ricoverarsi in un ospedale per fare degli accertamenti. il nosocomio è diviso in sette piani. Al settimo piano, dove si ricovera il primo giorno Giuseppe Corte (Corte non Conte!!), sono accettati i pazienti che devono fare solo degli accertamenti diagnostici di poco conto e che, nella sostanza, trascorrono il tempo della degenza quasi fosse questo un periodo di riposo, una villeggiatura. Man mano che si scende, la gravità dello stato di salute aumenta fino ad arrivare al primo piano, dove le finestre sono chiuse, quasi sempre oscurate da veneziane abbassate. Dopo qualche giorno di permanenza, a Giuseppe Corte viene chiesto, con una scusa banale, di scendere al piano di sotto, in via del tutto temporanea. Lui pensa di poter ritornare al settimo piano ma non sarà così e per il protagonista inizierà una progressiva e fatale discesa verso il basso. Ma tutto il racconto è incentrato sull’ ostinato rifiuto da parte di Giuseppe Corte di vedere in faccia la realtà. Ancora più tragico il racconto “I topi”. Qui sono i proprietari di una villa che, almeno all’inizio, si ostinano a non vedere che i topi stanno infestando. Solo di fronte all’evidenza, accettano la realtà e cercano di evitare il loro destino cercando di accattivare la loro amicizia offrendogli salsicce. Ma è tutto inutile: i topi prenderanno possesso della villa e renderanno schiavi i proprietari.

La morte e la sofferenza ci circondano. Gli ospedali sono pieni di malati. Un esercito di sofferenti e di morenti ci circonda, eppure ci ostiniamo a non guardare. Chiusi ed inscatolati nelle nostre case, con internet che ci fa da oppio, riusciamo a non guardare i PROBLEMI esistenziali per eccellenza: le malattie, la sofferenza e la morte. Mentiamo a noi stessi e per sentirci buoni ed aperti al “mondo” lottiamo per problematiche sicuramente molto importanti ma non esistenziali e tanto meno universali come l’immigrazione e l’ambiente ma ci rifiutiamo di ragionare della morte e della sofferenza. Però è bastata un’insignificante epidemia di Covid19 che ha provocato qualche decina di migliaia di morti (cosa sono 36 mila morti su una popolazione di 60 milioni d’individui?) per costringerci a riflettere sul mistero ultimo.

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Finirà questa riflessione forzata con la fine dell’epidemia di Covid-19? Non credo. Io penso che il pendolo dell’umanità stia andando verso un nuovo MedioEvo culturale. Segno indiscutibile di questo è il successo interplanetario di serie televisive come Games of Thrones ambientate in ere che potremmo definire medioevali. E forse la maggiore differenza culturale con il nostro evo è che nel MedioEvo come nel periodo della Riforma e della Controriforma la Morte e la Sofferenza erano centrali. Io credo che simbolo di questa idea di sofferenza sia un quadro scioccante: la Crocifissione di Matthias Grünewald dipinta per il monastero di Isenheim adibito ad accogliere malati. Il Cristo è spaventoso e ricorda L’urlo di Munch. Cristo è un uomo martoriato in ogni brandello di carne; ritratto dopo l’estremo spasimo della morte. Le mani inchiodate alla croce si contorcono convulsamente ed oscenamente; la bocca è sfatta dal dolore; le braccia si stendono totalmente disarticolate; il capo è reclinato sul petto, trafitto da un’impressionante corona di spine; il corpo è livido per le i percosse subite; le carni ferite sembrano già essere assalite dalla putrefazione; le ginocchia si torcono assieme ai polpacci; i piedi si accavallano trafitti da un enorme chiodo.

CROCIFISSIONE Grünewald COVID 19
Ma perché Grünewald dipinge come un orrendo macello la Crocefissione? Secondo Ernst Gombrich «Come un predicatore della Passione, Grünewald non risparmiò nulla pur di esprimere gli orrori della crudele agonia: il corpo moribondo di Cristo è deformato dalla tortura della croce; le spine dei flagelli penetrano nelle ferite suppuranti che ricoprono l’intera figura. Il sangue rosso scuro contrasta nettamente con il verde smorto della carne. Cristo crocifisso esprime il significato della sua sofferenza attraverso le fattezze ed il gesto commovente delle mani.» Secondo Joris-Karl Huysmans “Quel Cristo spaventoso, morente sull’altare dell’ospizio d’Isenheim sembra fatto a immagine dei colpiti dal fuoco sacro che lo pregavano, e si consolavano al pensiero che il Dio che imploravano avesse provato i loro stessi tormenti, e che si fosse incarnato in una forma ripugnante quanto la loro, e si sentivano meno sventurati e meno spregevoli”. Entrambi, secondo me, colgono solo alcuni aspetti. La verità è che il Cristo di Isenheim ci appare ripugnante perché l’ethos contemporaneo è caratterizzato da un consistente e vistoso processo di rimozione della morte: la morte è smarrita, rimossa, occultata, trafugata, nascosta, negata, cancellata … Le forme del costume civile, che istruiscono l’agire del singolo, mettono in atto una convergente strategia dell’allontanamento e dell’occultamento. La morte riguarda tutti e quindi nessuno: certamente non me, almeno per ora! Si muore, come se nessuno fosse toccato in proprio dall’evento del morire. In questo modo, la morte, come evento che accade proprio a me, viene mascherata e coperta. L’opera di Grünewald smaschera questa “pietosa” ipocrisia e ci fa sentire male. E’ un pugno nel nostro stomaco. Ma se l’Umanità vuole uscire dal mondo virtuale alla Matrix che ci circonda, non può non prendere coscienza del nostro ineluttabile destino. In questo senso la visione medioevale cosciente sulla sofferenza e sulla morte sarà necessariamente il nostro futuro a meno di non voler vivere in un mondo non reale. In questo senso la pandemia dI Covid-19 ci sta aiutando, anche se in un modo molto doloroso, a crescere e a maturare.

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