Opinioni

La ‘ndrangheta e le supercazzole di Jole Santelli

Recentemente Jole Santelli di Calabria, sollecitata da Peter Gomez circa l’eventualità di un ennesimo terremoto giudiziario lungo i Palazzi della politica indigena, ha affermato:”Non lo escludo.” Il Presidente della Regione ha detto, inoltre, di poter garantire solo per se stessa e non in nome e per conto di tutti i suoi compagni di viaggio, lasciando intendere, con ciò, che qualcuno potrebbe non risultare “immacolato” allo sguardo inquirente. È pur vero che, in tempi di sbracato relativismo, la vecchia logica aristotelica appare percorsa da crepacci. Così come l’esangue “principio di non contraddizione”. Cionondimeno, le parole, quando vengono sfrattate dalla loro dimora originaria, si vendicano platealmente. E cercano un orizzonte di senso. Vediamo come.

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I presunti “malandrini”, sulla cui limpidezza Santelli non giura, sono gli stessi che ne hanno reso possibile, in qualche misura, l’elezione a capo dell’esecutivo regionale, dopo essere stati imbarcati in campagna elettorale, pur non potendo vantare le Virtù dei Monaci Cistercensi o dei Benedettini. Tanto meno, la sobrietà dei Francescani. Se ti prendi a bordo cani, porci e canarini, sai perfettamente di essere potenzialmente destinataria del voto di criminalità organizzate, oltre che del consenso di borseggiatori di sintassi. Sicché il travestimento postumo da Clarissa Cappuccina suona come una solenne supercazzola. Non solo: smarcarsi dai destini giudiziari degli sfigati di turno non indica necessariamente ravvedimento catartico improvviso. Semmai, paraculismo levantino, necessità di mettere le chiappe al sicuro. Perché siano preservate da aculei e da rogne. Siamo al trionfo della cazzimma, quale arte tipica dei banconisti di panzane. Ora, come si fa a mimare il Canto aurorale di una novizia abruzzese, dopo avere ospitato nelle liste simpatiche canagliette, non propriamente affini a Bernardette, le cui frequentazioni sono note persino ai benzinai di Casalpusterlengo?

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Delle due, l’una: o eri perfettamente al corrente delle relazioni pericolose di qualche tuo adepto, o non conoscevi affatto la biografia politica di chi ha dirottato voti nella tua direzione. Tertium non datur. A meno che non si voglia evocare la schizofrenia di Jekill- Mister Hyde, per descrivere la metamorfosi di innocui ragionieri in delinquenti seriali. Ipotesi fascinosa sul piano psicoanalitico, a cui, però, non abbocca alcuno. Ad ogni modo, in un caso o nell’altro, non si fa propriamente un figurone. Non ci si candida ad eredi di Roosevelt. Beninteso, chi scrive è assolutamente persuasa dell’estraneità del Presidente Santelli a qualsivoglia contiguità mafiosa. La sottoscritta frequenta anche il rispetto formale che si deve a chi ha ricoperto, nel passato appena trascorso, un’autorevolissima carica nella Commissione parlamentare antimafia. Tuttavia, sul piano antropologico affiora un profilo curioso di Jole: quello del cinico “candore”. Ossimoro che non ha bisogno di soverchie illustrazioni, ma che traballa sulla palude dell’ipocrisia. Sul molle asfalto(altro ossimoro) della frottola. C’è di più: il, non inedito, costume di subappaltare alla Magistratura le prerogative della Politica, incapace, da tempo immemore, di selezionare classi dirigenti che non destino imbarazzi. Del resto, Nicola Gratteri ha sempre asserito che la ‘ndrangheta in Calabria è il primo partito. In punta di disincantata ironia, è lecito, dunque, osservare che persino le’ndrine, pur di vincere, sono costrette da sempre, nei frangenti elettorali, a non fare tanto le schizzinose, a turarsi il naso per stringere alleanze con le più scalcinate politicanze. Con buona pace di Carmelitane al sandalo, Salesiani e Cavalieri dell’Ordine di Gerusalemme.

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