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La surreale polemica di Juncker con l'Italia

juncker renzi

Un altro surreale capitolo nella polemica tra Italia e Commissione Europea è stato scritto oggi. Alcuni lanci di agenzia di stampa attribuiscono a non meglio precisate “fonti UE” lamentano per la mancanza di “un interlocutore” per dialogare con Roma:

Jean-Claude Juncker era e resta amico di Matteo Renzi ed il miglior alleato dell’Italia. Che però venerdì ha sostanzialmente perso la pazienza a causa di troppi malintesi nati perché Bruxelles non ha un interlocutore per dialogare con Roma sui dossier più delicati. Lo si apprende da fonti europee, che osservano come i problemi di comunicazione con le capitali possono diventare problemi politici.

Ora, i più attenti di voi si saranno già accorti che in Italia c’è un governo a cui è stata votata la fiducia dal Parlamento: se proprio a Bruxelles cercano un interlocutore possono rivolgersi tranquillamente a Palazzo Chigi, Piazza Colonna, 370, 00186 Roma (prendono anche le raccomandate con ricevuta di ritorno, pensate!). Ma per fortuna la nota diventa poi via via più precisa:

A mancare sarebbe il dialogo continuo con gli sherpa che le altre capitali inviano sui diversi temi specifici: un metodo di lavoro che permette di smussare gli angoli, come accaduto ad esempio con la Francia che in autunno ha inviato specialisti per “negoziare per settimane” fino all’ultima virgola sulla bozza di finanziaria. A Bruxelles negli ultimi mesi si è invece osservato un vuoto di comunicazione con Roma, vuoto che ha portato a ricostruzioni fattuali fuorvianti tanto sulle banche, quanto sull’Ilva e la flessibilità.

Cosa c’è che non va tra Roma e Bruxelles?

Più banalmente, quello che sembra mancare a Juncker è quindi l’interlocuzione più che l’interlocutore. Anche se in occasione del decreto Salvabanche, citato nelle lamentele che provengono “anonimamente” da Bruxelles, l’interlocuzione c’è stata eccome, ma il risultato non è stato eccezionale lo stesso. E anche se la storia dell’abolizione del fiscal compact e dell’offensiva presso i paesi europei che Renzi aveva in mente di fare secondo Maria Teresa Meli del Corriere della Sera è stata smentita proprio da Palazzo Chigi ieri sera con due righe laconiche quanto significative:

“Non esiste alcuna ipotesi o proposta italiana di revisione del fiscal compact“. Fonti di Palazzo Chigi smentiscono con queste parole l’ipotesi, emersa sulla stampa, che il governo italiano abbia intenzione, nell’ambito della sua battaglia per la flessibilità in Ue, di chiedere una modifica del patto di bilancio europeo, approvato nel 2012.

Mentre nessuno ha smentito la dichiarazione rilasciata alle agenzie di stampa da Gianni Pittella in cui si parlava di fiducia a tempo per la commissione Juncker, subito dopo le schermaglie di martedì:

“Al momento il sostegno del mio gruppo alla Commissione Juncker non e’ in discussione. Ma la fiducia non sara’ eterna se non vedremo un cambio di passo, una svolta soprattutto sul fronte economico e sociale. Anche sulla flessibilita’ di bilancio, noi non accettiamo che si faccia marcia indietro. Non dev’essere un favore, ma una opportunita’ che si attua se ci sono le condizioni, altrimenti no. E questo vale per tutti, non solo per l’Italia”. Lo dice il presidente del gruppo dei Socialisti e democratici al Parlamento europeo Gianni Pittella. Pittella stamane ha incontrato il premier Matteo Renzi a palazzo Chigi.

Ma è evidente che in questi ultimi mesi le occasioni di contrasto cercate e trovate da Renzi con l’Europa sono state tante: dalla crisi dei migranti, di cui si è già detto e scritto troppo, agli scontri su Nord e South Stream, fino ai fondi per i migranti di Istanbul.

La partita di Bruxelles

Molto più cogenti però sembrano essere le polemiche sul deficit eccessivo:

Senza correttivi, sembrano esserci le condizioni per aprire sull’Italia una procedura vincolante anche se il deficit resta sotto al 3% del reddito nazionale (Pil). Nel gergo europeo, si chiama procedura per «scostamenti significativi» dagli impegni. Riguarda il «braccio preventivo» del patto di Stabilità, non quello «correttivo» previsto quando il disavanzo è già oltre le soglie, e ha una caratteristica importante: può portare a vere e proprie multe, se dopo tre anni il Paese coinvolto non corregge la rotta. Qualunque sia la probabilità di una sanzione, questa è dunque una gabbia disegnata per diventare sempre più stringente. (Federico Fubini, Corriere della Sera, 15 gennaio 2015)

Non ci vuole un indovino per immaginare che non saranno certo le polemiche su Istanbul o Nord Stream a rilevare, e di certo non lo faranno tanto quanto i conti italiani. E quanto la possibilità che l’Italia finisca per tornare nella gabbia dei conti europei (non che si sia granché discostata in questi anni) già da quest’anno e in previsione di un 2017 che sarà anche l’anno precedente alle elezioni politiche, se tutto va come annunciato. In più c’è la questione della Bad Bank, che, dopo la figuraccia sul decreto Salvabanche, non sembra fare molti progressi. E allora ecco che si delinea molto meglio l’orizzonte dietro lo scontro tra Renzi e Juncker: è quello in cui il premier italiano dovrà davvero decidere che tipo di atteggiamento prendere nei confronti dell’Unione Europea, dopo le tante parole di critica e i pochi fatti. Il segnale che gli è arrivato oggi da Juncker è chiarissimo. Sta a lui adesso decidere cosa vuole fare da grande.