Economia

La storia dell'Italia "fregata" dalla Grecia che ci "succhia" il metano da sotto il naso

Giovanni Drogo|

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C’è questa scena ne Il Petroliere di Paul Thomas Anderson dove il protagonista interpretato da Daniel Day-Lewis rivela a Paul Dano è titolare di tre permessi di ricerca e perforazione (F.R43.GM, F.R44.GM, F.R45.GM) conferiti dall’allora ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio, il termine della concessione è fissato in sei anni (nel 2024). Va precisato che il permesso alla ricerca non è un permesso alla coltivazione del giacimento, che invece è uno step successivo.

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Ma poco più di un mese dopo iniziano i problemi. Perché quando il Decreto Semplificazioni viene convertito in legge nel febbraio del 2019 i permessi vengono sospesi «fino all’adozione del Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee (PiTESAI) e comunque per un periodo non superiore a 24 mesi. (Legge 11 febbraio 2019 n. 12, art. 11-ter, commi 6-8)». Si tratta quindi di una sospensione temporanea, una moratoria per i nuovi piani di ricerca (non per le trivelle esistenti) che dovrebbe avere una durata massima di 18 mesi (ne sono trascorsi sette) ma che potrebbe durare anche due anni se nel frattempo non venisse adottato il PiTESAI. Anche il nuovo governo, che punta a realizzare un Green New Deal, si è detto determinato «a introdurre una normativa che non consenta più il rilascio di nuove concessioni di trivellazione per estrazione di idrocarburi. Chi verrà dopo di noi, se mai vorrà assumersi l’irresponsabilità di far tornare il Paese indietro, dovrà farlo modificando questa norma di legge».

Cosa perde davvero l’Italia?

Global Med, come altri titolari di concessioni “sospese” già a febbraio aveva annunciato di voler intentare causa al Governo. Ma nel frattempo è entrata scena la Grecia che ha dato autorizzazione per la realizzazione di un pozzo esplorativo per lo stesso giacimento (teorico, perché ad oggi non si sa quanto gas ci sia davvero) in un’area di ricerca che è partecipata per il 50% da Total e per il 25% ciascuno da Edison ed Hellenic Petroleum.

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La “beffa” è che l’area di ricerca si trova all’incirca al di là del limite di quella di cui è titolare la Global Med e sarebbe appunto parte dello stesso giacimento. Il quale, bloccato sul versante italiano potrebbe invece essere coltivato e sfruttato da quello ellenico. Questo naturalmente se verrà trovato il metano. L’estrazione del gas quindi favorirà la Grecia, che incasserà le eventuali royalties e i diritti di concessione e penalizzerà l’Italia che avrebbe potuto fare altrettanto. Inoltre secondo il Sole 24 Ore c’è la possibilità concreta che il gas estratto in Grecia possa essere rivenduto in Italia dove potrebbe arrivare tramite il TAP, il Trans Adriatic Pipeline che ha come approdo italiano la spiaggia di San Foca e il terminale a Melendugno. Il condizionale in questo caso è d’obbligo perché per immettere il gas nel gasdotto non basta un semplice rubinetto (o un buco) ma serve un’infrastruttura complessa di cui al momento non risulta ci siano progetti. Il punto di approvvigionamento del TAP infatti si trova attualmente nei giacimenti di metano sul Mar Nero.

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Chi dice che il nostro Paese fa guadagnare la Grecia dimentica però alcune cose. La prima è che anche la società Global Med avrebbe eventualmente rivenduto il gas italiano all’Italia, quindi il discorso del “pagare ai greci” (o meglio a società straniere) il gas che avremmo comodamente a casa non ha senso. C’è il discorso delle cause per danni, ma la domanda è quel punto perché si è scelto prima di autorizzare ben sapendo che sarebbe stato tutto sospeso dopo pochi giorni. Rimane ovviamente in piedi la faccenda dei diritti di estrazione, soldi che effettivamente l’Italia perderebbe. Chi ha seguito la vicenda del referendum sulle trivelle però sa bene che il canone pagato dai concessionari allo Stato italiano è generalmente molto basso ed è un sistema poco vantaggioso per il concedente (noi, inteso come Stato) e invece conveniente per chi estrae visto che basta mantenersi sotto alla soglia della franchigia per pagare praticamente nulla. Il vero discorso è quello ambientalista, perché questa è a parole la ragione per cui il governo precedente (e a quanto pare anche quello attuale) ha deciso di fare una svolta verde. Sappiamo che l’industria petrolifera e mineraria è tra quelle più inquinanti. Sappiamo che è necessario fare un passo avanti per abbandonare il sistema dei combustibili fossili. Non si può avere sia il “Green New Deal” che le trivelle. Bisogna fare una scelta, ambientalista ed etica. Una scelta che guardi al futuro.

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