Opinioni

Il risvolto comico dietro la cacciata del sindaco M5S di Nettuno

Ieri le dimissioni dal notaio di quattro consiglieri del MoVimento 5 Stelle insieme ad altri nove dell’opposizione hanno provocato la caduta del sindaco di Nettuno Angelo Casto, che era da mesi in lite con la sua maggioranza e aveva varato un clamoroso rimpasto di giunta cacciando cinque assessori per la sfiducia comminata a loro dagli altri dieci consiglieri grillini. E la storia ha un risvolto di discreta comicità: i quattro consiglieri dimissionari – Daniela De Luca, Marco Montani, Giuseppe Nigro e Simonetta Petroni – hanno dichiarato in una nota stampa di aver scelto la strada del notaio su consiglio di Alfonso Bonafede, responsabile enti locali del M5S nel Lazio oltre che onorevole grillino e fedelissimo di Di Maio.

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Ma questa ricostruzione è stata contestata dallo stesso Bonafede in un comunicato uscito in serata: “Noto con grande dispiacere che qualcuno ha voluto usare il mio nome per giustificare un comportamento che non condivido e che non potrei mai assecondare. Non sono mai entrato nel merito dei fatti di Nettuno, come del resto non faccio mai con alcun Comune amministrato dal MoVimento”, ha affermato il deputato M5S in merito alla caduta del Comune di Nettuno. “Occupandomi di enti locali spesso mi trovo a dare vicinanza politica nei momenti di crisi e il dialogo è sempre il mio approccio principe – aggiunge – In particolare, nel caso di Nettuno, dopo aver invitato i quattro consiglieri a fare un incontro, dietro esplicita domanda ho risposto che non direi mai a nessun consigliere cosa deve o non deve fare, perché non entro in queste dinamiche e perché non è nelle mie facoltà. Sicuramente ho sostenuto che quando un portavoce non si sente più di rappresentare quel progetto allora è preferibile si dimetta per consentire al primo dei non eletti di prendere il suo posto, invece di aderire ad altri gruppi consiliari. Mi pare sia ben diverso da quanto hanno compiuto i quattro consiglieri”.

angelo casto movimento 5 stelle nettuno

Insomma, Bonafede avrebbe detto ai consiglieri di dimettersi senza trovare accordi con l’opposizione per far cadere il sindaco, e questi avrebbero “capito male” quanto comunicato dal responsabile enti locali M5S. Un risvolto comico di alto livello, amplificato dal comunicato del M5S che mette i quattro fuori dal gruppo e li deferisce ai probiviri, sostenendo che non saranno più ricandidati con i grillini. E mentre Casto dovrebbe lasciar perdere con la ricandidatura, un retroscena del Messaggero  ci spiega che la decisione dei consiglieri arriva in conseguenza dell’azzeramento in giunta deciso prima di Pasqua dall’allora sindaco quando ha cambiato il vice Daniele Mancini e gran parte degli assessori. «Mancini – racconta l’ormai ex primo cittadino-è persona di fiducia di Roberta Lombardi, che lo indicò anche come assessore regionale in caso di vittoria, e del senatore Emanuele Dessì. Dietro ai quattro c’è lui e quindi Lombardi e Dessì». E i quattro consiglieri hanno anche parlato di inchieste giudiziarie che coinvolgerebbero il sindaco, anche riguardo una manifestazione in città a cui parteciparono Beppe Grillo e Alessandro Di Battista.

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