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Le Iene scoprono che gli “Hacker del PD” erano “del M5S” (e lavoravano alla Camera)

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Si facevano chiamare “gli hacker del PD” e nell’aprile del 2013, poco dopo le elezioni di marzo che videro l’exploit straordinario del MoVimento 5 Stelle e una situazione di stallo istituzionale sulla nascita di quello che poi sarà il governo Letta avevano pubblicato una serie di leaks di caselle di posta elettronica. Tra le vittime degli Anonymous del PD c’era anche la deputata pentastellata Giulia Sarti che in un primo momento derubricò lo scoop de L’Espresso dicendo che era una bufala. Si scopre oggi, grazie all’anticipazione del servizio di Filippo Roma delle Iene che quegli hacker piddini forse in realtà erano del MoVimento 5 Stelle.

Il leak del 2013 e gli hacker del PD

Ad essere colpiti dall’hack furono diversi parlamentari del M5S, tra cui anche Alessandro Di Battista e Stefano Vignaroli. Il caso della Sarti fu particolarmente doloroso e odioso perché i sedicenti hacker del PD pubblicarono in Rete l’archivio delle mail personali della deputata, all’interno delle quali c’erano anche alcune foto senza veli (non porno o hard, semplicemente di quelle che si mandano tra fidanzati). Un’intrusione vergognosa nella privacy della pentastellata, per nulla giustificata da presunte finalità “politiche” della presunta azione dimostrativa nei confronti del MoVimento.

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Fonte

In un comunicato – e in una delirante intervista all’Espresso – gli hacker che si definivano “simpatizzanti del PD” facevano sapere che avrebbero obbligato Casaleggio alla trasparenza e promettevano di pubblicare ogni settimana la casella di posta di un senatore o di un deputato a 5 Stelle. Curiosamente però dopo il primo leak le pubblicazioni non andarono avanti. La cosa finì lì e non si seppe nemmeno se i colpevoli vennero identificati. Eppure il reato commesso era uno di quelli particolarmente gravi, tanto più che erano state diffuse informazioni sensibili come le foto della Sarti. E proprio la deputata riminese fu di fatto l’unica vittima dell’hack, nelle mail pubblicate ad esempio una saltò subito all’occhio per il suo valore “politico”: quella in cui criticava la scelta da parte dei vertici della comunicazione di assumere come videomaker Nik il Nero.  Il camionista star di YouTube (e autore del famoso video di Paola Taverna sul ritorno alla lira) che fu al centro anche di un altro “mailgate” quello che vide la pubblicazione di alcune mail poco lusinghiere scritte dai consiglieri regionali (espulsi) Giovanni Favia e Federica Salsi. E proprio Favia qualche giorno fa in un’intervista  aveva parlato di una guerra interna al M5S dietro il leak degli hacker del PD: «No, credo siano una vendetta politica interna al M5S. Lì dentro c’è una cyberguerra. Alla Casaleggio avevano una fobia nei miei confronti e tutti quelli che erano stati vicini a me erano visti con sospetto e subivano uno spionaggio stile Stasi. Non si fidavano di lei, pensavano che avesse dentro il germe della dissidenza. Il suo nemico era Max Bugani, l’unico in Emilia che ha tradito me e Pizzarotti».

Cosa hanno scoperto le Iene sugli hacker del PD?

Secondo Filippo Roma però la storia è un’altra da quella raccontata dagli hacker all’epoca. Ed è quella racconta dell’indagine sulle violazioni informatiche ai danni dei parlamentari del M5S. Alessandro Di Battista, confessa candidamente di non ricordare come andò a finire e fa sapere che alla fine non aveva sporto denuncia. Ma qualcuno però racconta un’altra versione. A partire da una cosa che avevano in comune i parlamentari hackerati, l’ipotesi che utilizzassero la stessa password per l’account di posta elettronica e per accedere al sistema operativo del M5S. Ed è da questo elemento, pare di capire, che prende le mosse l’inchiesta delle Iene che hanno raccolto la testimonianza di un anonimo (ma non Anonymous) ex-parlamentare pentastellato che ha dichiarato come Stefano Vignaroli gli avesse raccontato che «l’indagine su chi avesse hackerato gli account di cinque parlamentari M5S si fermò quando si accorsero che il lavoro di accesso fu fatto da delle macchine della Camera».

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Il pastebin con le richieste degli hacker del PD

Insomma in base agli indirizzi IP dei computer da cui è partito l’attacco hacker si è dedotto che gli hacker stavano a Montecitorio e addirittura da ambienti interni al MoVimento. Insomma non è che il primo che passa è entrato alla Camera ed è riuscito a “bucare”  gli account privati di 5 parlamentari. A quanto pare, sostiene sempre la fonte delle Iene, si trattò di un intricato auto-hackeraggio interno. Spiega l’anonimo ex-parlamentare che quindi sono stati i vertici del M5S (o persone a loro vicine) a entrare nelle caselle di posta elettronica «Per controllare determinate persone». Secondo Roma il responsabile va cercato tra chi all’epoca aveva accesso al rudimentale sistema operativo decisionale del MoVimento il quale avendo le password del “sistema operativo” potrebbe aver scoperto che in alcuni casi coincidevano con quelle delle caselle email. Ed è noto che fino a poco tempo fa anche su Rousseau le informazioni erano accessibili agli hacker che hanno più volte “bucato” la piattaforma riuscendo ad estrarre password ed informazioni personali di diversi parlamentari e ministri.