Economia

Gubitosi, la rete unica web e TIM che sceglie come morire

Il nuovo a.d. si presenta dicendo sì ai piani del governo. Il piano Rovati dei gialloverdi piace anche al PD che conta. Ma la rete unica web è l’antipasto allo spezzatino dell’azienda. Che piace a Elliott (e a CdP?)

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Telecom fa passi da gigante verso la rete unica web. L’incoronazione di Luigi Gubitosi al vertice di TIM in attesa della reazione di Vivendi è arrivata insieme a poche, semplici parole sul Grande Progetto che il governo avrà senz’altro apprezzato: l’azienda «ha una grande storia e un capitale umano da valorizzare per vincere la sfida del mercato, incrementare la generazione di “cash flow” per ridurre il debito ed esaminare con attenzione e velocità il progetto per la costituzione di una rete unica».

TIM, Gubitosi e la Rete Unica Web

L’attenzione e la velocità con cui Gubitosi analizzerà il progetto saranno diverse, si spera, da quelle poste in Alitalia, dove da commissario nominato dal governo il manager napoletano non ha portato a termine il compito preferendo approdare a Telecom. Dove la situazione è apparentemente meno ingarbugliata rispetto al piano di integrazione con le Ferrovie dello Stato che l’esecutivo vuole portare avanti. Possibilmente di pari passo con l’emendamento alla Manovra del Popolo che ha disegnato criteri e modalità della costruzione della rete unica web secondo due progetti alternativi che possono portare allo stesso risultato. Sempre che sia possibile riuscirci senza colpo ferire. Nel consiglio di amministrazione Gubitosi ha ricevuto il voto dei nove consiglieri eletti da Elliott mentre si sono schierati contro di lui i cinque di Vivendi. Il Fatto scrive che i rumors finanziari riportano l’attivismo nella partita di Mediobanca, che ha spinto per l’attuale commissario di governo per l’Alitalia. Poltrona dove è arrivato grazie agli ottimi rapporti con Intesa Sanpaolo, ex azionista e creditrice della compagnia aerea che lo aveva indicato per la presidenza prima che il vettore finisse in amministrazione straordinaria.

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L’infrastruttura di rete TIM, il titolo in Borsa e i due progetti di TIM e Open Fiber (Corriere Economia, 19 novembre 2018)

Ma proprio dall’opposizione in consiglio possono nascere problemi per il progetto: Genish ieri ha annunciato che chiederà una nuova assemblea per tentare il ribaltone. Vivendi è il primo socio con il 23,9%, ma qualunque azionista con il 5% può farne richiesta. Il tempo tecnico è di 40 giorni. Teoricamente dal 29 dicembre ogni giorno è buono. Senza un accordo coni francesi – magari con la sponda del governo a trovare una soluzione nel dossier Mediaset, caro a Bolloré che ne è il secondo socio l’avventura di Gubitosi rischia di durare molto poco.

Il piano Rovati dei gialloverdi (piace anche al PD che conta)

E con esso potrebbe trovare quindi difficoltà anche il piano Rovati del 2010, ovvero il progetto di accorpare Open Fiber e la Rete di TIM in un’unica entità sotto il controllo dello Stato. Un progetto simile a quello che il consigliere economico di Romano Prodi propose a Marco Tronchetti Provera ricevendo in cambio un netto rifiuto e scatenando le accuse di ingerenza del governo negli affari privati. Era il 2006 e sembra un’era preistorica fa: dopo la crisi il ritorno dello Stato Imprenditore viene visto in un’altra maniera per motivazioni perfettamente comprensibili. Oggi la sponda di Cassa Depositi e Prestiti permette a Elliott di prendersi l’intera governance e di sognare lo spezzatino dell’azienda e la vendita sul mercato di altri pezzi di Telecom in puro stile fondo locusta soltanto perché nel pacchetto c’è anche la rete.

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La governance di Telecom Italia Mobile (La Stampa, 19 novembre 2018)

Sul progetto di pubblicizzazione poi il governo può contare su un alleato inedito: il Partito Democratico. Antonello Giacomelli, deputato del Pd ed ex sottosegretario alle comunicazioni dei governi Renzi e Gentiloni, ha dato il suo beneplacito all’iniziativa. Racconta oggi Repubblica che proprio Giacomelli è stato tra gli artefici del progetto Open Fiber, voluto fortemente da Renzi. Un progetto che è nato coinvolgendo come azionisti l’Enel e la Cdp per garantire i servizi nelle cosiddette “aree bianche”, cioè quelle dove gli operatori privati avevano rinunciato agli investimenti per la loro scarsa redditività. Il significato politico dell’operazione già all’epoca era però chiaro: opporre un concorrente pubblico alla Telecom che rifiutava di cedere la propria rete. Quello che sta accadendo in questi giorni pare solo la naturale conclusione del piano di Renzi.

Il tesoro della fibra

Sul tesoro della fibra Telecom ha sacrificato gli ultimi quattro amministratori delegati e non è ancora in efficienza, mentre la joint venture Enel-Cdp pur navigando tra le voci di difficoltà che la accompagnano dalla nascita, sta sostanzialmente rispettando la tabella di marcia e ha appena incassato la concessione del finanziamento Bei da 360 milioni a supporto di uno strumento finanziario complessivo da 3,5 miliardi a cui concorrono un pool di banche e i suoi stessi soci, Enel e Cdp, per 960 milioni. Da luglio, data di approvazione del finanziamento Bei, ad oggi Open Fiber ha già attivato 560 milioni di investimenti sul nuovo strumento targato Bei, che si vanno ad aggiungere al miliardo già investito nei 18 mesi precedenti. A fine 2017 aveva passato in fibra Ftth, cioè fino alle case, 2,4 milioni di abitazioni, anche se dentro c’era tutta l’eredità di Metroweb. A fine 2018, dodici mesi dopo le case passate saranno 4,8 milioni, il doppio. Con 800 mila nelle aree a fallimento di mercato, C e D, oggetto delle gare Infratel.

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La fibra Telecom (Corriere Economia, 19 novembre 2018)

Per Gubitosi c’è quindi ancora molto da lavorare. Anche per uno scacchista che ama i salotti della politica, come viene definito oggi dai giornali. E proprio mentre analisti come Alessandro Penati dicono che a TIM resta soltanto la possibilità di scegliere di che morte deve morire: «Uno scorporo e cessione della rete trova l’interesse di Cdp ed Enel: la fonderebbero con Open Fiber per non sobbarcarsi i 5 miliardi di investimenti previsti (oltre agli 1,6 stanziati dallo Stato) per un progetto rischioso, stante l’obiettivo poco realistico dei 500 milioni di Ebitda da 4 milioni di clienti nel 2022 (Tim ne ha 3 milioni con allacciamento FTTH). Aggiungiamo le sinergie negli investimenti di un’unica rete, più la voglia di Stato imprenditore dell’attuale Governo e il gioco sembra fatto». Rimane un’azienda spolpata.

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