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Gli ex di Casapound condannati per stupro che esultano: «Ci è andata bene»

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Riccardo Licci e Francesco Chiricozzi, ex militanti di CasaPound, sono stati condannati per stupro rispettivamente a due e dieci mesi e tre anni di reclusione. La storia, particolarmente squallida, è quella della donna fatta ubriacare e violentata in un club nel viterbese. Dopo i fatti Chiricozzi, 19enne consigliere comunale di CasaPound a Vallerano, telefonò ai camerati del circolo di Viterbo, dove lui e il suo amico Riccardo Licci, 21 anni, altro militante dell’organizzazione politica di estrema destra, l’avevano prima stuprata e poi l’avevano scaricata semincosciente davanti casa, dicendo «Ci siamo appena fatti una milf». Stefania Moretti sul Corriere della Sera oggi racconta che i due hanno esultato come per un’assoluzione:

«È andata bene», dice Chiricozzi, camicia, jeans, gli occhi cerchiati di chi non ha dormito un’ora. Nella loro ottica è andata bene davvero: il tribunale di Viterbo li ha riconosciuti colpevoli con pene inferiori alle richieste della procura. Tre anni a Chiricozzi, che di anni ne ha 19: all’epoca dello stupro-aprile era consigliere comunale a Vallerano (Viterbo). Due anni e 10 mesi al 21enne viterbese Licci, ex CasaPound e Blocco studentesco come l’amico. Meno dei 4anni chiesti dal pm Michele Adragna per una serie di motivi.

Dallo sconto per l’abbreviato alle attenuanti generiche, concesse per la giovane età e l’incensuratezza. Chiricozzi è a giudizio al tribunale dei minori per il pestaggio a cinghiate a un 24enne l’udienza era fissata proprio ieri – e con Licci è indagato per l’aggressione a una band che suonava a una festa. Episodi di matrice neofascista per i quali i processi sono ancora pendenti e che, quindi, non costituiscono precedenti. L’altra attenuante riconosciuta dal tribunale è l’aver risarcito con 40mila euro la 36enne che li ha denunciati.

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Loro hanno negato dal primo momento: nessun pugno e nessuna violenza, dicevano. Anzi: secondo i legali era stata la donna a voler continuare la serata altrove. Ieri, in aula, hanno entrambi chiesto scusa. «Ci vergogniamo. Abbiamo riguardato i video e ci siamo resi conto che avremmo dovuto fermarci, ma avevamo interpretato la situazione in un altro modo».

“Dai filmati si vede che la donna non era in grado di opporre resistenza, il che è stato scambiato per consenso al rapporto – spiegano gli avvocati Giovanni Labate, Domenico Gorziglia e Marzo Valerio Mazzatosta –. Il giudice ha riconosciuto che non c’è stata violenza fisica. Nessun pugno e nessun trauma cranico, come dimostrato da certificati medici: il black out era dovuto solo all’effetto di alcolici e farmaci. Per noi essere stati creduti su questo è fondamentale».

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