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La figuraccia di Bonafede e la lezione di diritto di Carofiglio a Otto e Mezzo

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Ieri i senatori della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari hanno negato l’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro dell’Interno Matteo Salvini richiesta dal Tribunale dei Ministri di Catania. Dopo il voto su Rousseau, condizionato da una palese distorsione delle informazioni date agli attivisti e da un modo assai curioso di porre la domanda, il MoVimento 5 Stelle ha deciso di negare l’autorizzazione a procedere affinché il ministro potesse essere giudicato dinnanzi ad un tribunale del reato di sequestro di persona aggravato. Dopo aver difeso Salvini con il voto in Commissione ieri è toccato al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede andare a Otto e Mezzo per spiegare agli italiani perché la decisione presa è stata quella giusta.

Bonafede e il reato commesso “per l’interesse di altri”

Le cose però non sono andate benissimo. Non solo perché il ministro ha continuato a parlare per tutta la puntata di un’inesistente giunta per le autorizzazioni a procedere, perché evidentemente bisogna continuare a nascondere il fatto che la giunta si chiama “giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari“. Bonafede ha ribadito che il ministro Salvini ha agito – così come tutto il governo – a difesa dei confini dell’Italia. Dimenticando però che i 177 naufraghi si trovavano a bordo di un’imbarcazione (Nave “Diciotti” della Guardia Costiera) e quindi già sul territorio italiano.

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«Chiariamo: qui non si parla dell’immunità di un politico che si fa scudo del suo essere politico rispetto ad un atto che ha compiuto nel proprio interesse» dice Bonafede per spiegare che Salvini ha commesso un reato non per sé ma per gli altri. Secondo Bonafede il ministro dell’Interno nel commettere quel fatto – che per pudore non osa chiamare “sequestro di persona aggravato” – ha agito nell’interesse preminente nazionale. Bonafede dimentica, forse perché non ha letto le carte, che contestualmente allo “stallo” sulla Diciotti negli stessi giorni sono continuati gli sbarchi dei migranti. Quando Lilli Gruber dice che «il governo non si è neanche riunito per prendere quella decisione» il ministro della Giustizia risponde «vabbè ma la decisione è collegiale». Ma come farà notare poco dopo Gianrico Carofiglio le decisioni del governo devono essere prese nelle sedi formali, ad esempio durante una riunione del Consiglio dei Ministri, Bonafede però non è stato in grado di indicare – perché non c’è mai stato – durante quale CdM il governo abbia preso la decisione collegiale sul caso Diciotti.

Quello che Bonafede non ha capito del caso Diciotti (perché non ha letto le carte)

Ma è nella seconda parte del programma che viene fuori la figuraccia di Bonafede. Il ministro della Giustizia ha ripetuto una decina di volte che i parlamentari hanno letto le carte (per la cronaca, sono queste qui) e che lo stesso hanno fatto gli attivisti, cui è stato presentato un riassunto sommario e un quesito con una struttura manipolatoria. Chissà se il ministro stesso ha letto le famose carte. La risposta è no. Perché quando Carofiglio (che è un ex magistrato) gli chiede se ha letto le 51 pagine del provvedimento del Tribunale di Catania «cosa ne pensa delle considerazioni dei giudici sul concetto di atto politico» ed in particolare sui limiti del significato di atto politico il ministro non risponde. Visto che quello di Salvini è stato giudicato – dai senatori e dagli attivisti pentastellati – un atto politico in difesa del preminente interesse nazionale è importante chiarire qual è il perimetro dell’azione politica. Insomma cos’è che può essere definito atto politico e cosa no, in particolare in relazione alla compressione dei diritti e delle libertà individuali verificatasi sulla Diciotti.

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«Allora dottor Carofiglio io non posso e non voglio commentare un atto dei magistrati» dice Bonafede, perché «la magistratura non si interroga sulla legge costituzionale che dà la possibilità di dare l’autorizzazione a procedere o meno, giusto?».  Non è vero, perché se il ministro avesse letto le carte saprebbe che il capo III del documento (pagine 8-14 nel testo trasmesso dalla Procura di Catania) si interroga proprio sulla competenza del tribunale dei ministri e sull’articolo 96 della Costituzione citato in lungo e in largo dagli esponenti del MoVimento.

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Come lo studente che tenta di passare l’esame rispondendo alla domanda del docente ripetendo la domanda senza la forma interrogativa Bonafede dice che «il provvedimento si interroga sulla natura politica o meno di quell’atto e secondo il tribunale non c’è la natura politica». E fin qui ci siamo. «Ma in base a quale argomento?» chiede Carofiglio. La risposta di Bonafede fa cadere le braccia: «su varie valutazioni, ora non sto a spiegare, spieghi lei». Non si tratta di un tecnicismo, come vorrebbe far credere il Guardasigilli, perché una possibile immunità dall’azione penale di un ministro e quindi «la possibilità di essere sottratti al principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge non vale quando siano stati aggrediti diritti fondamentali: non vale se viene colpita la vita, non vale se viene colpita la libertà personale, non vale se viene colpita l’integrità fisica». In poche parole: c’è un limite – e per fortuna che c’è – a quello che un ministro può fare anche nell’interesse della Nazione. Non sfuggirà nemmeno a Bonafede come il sequestro di persona, ovvero «una condotta che privi la vittima della libertà fisica e della locomozione, sia pure non in modo assoluto, per un tempo apprezzabile» sia proprio una lesione del diritto inviolabile della libertà personale garantito dall’articolo 2 della Costituzione. Forse Bonafede ritiene che un ministro (o un governo) possa privare arbitrariamente una persona della libertà e far passare questa decisione – che nel nostro ordinamento è prerogativa del potere giudiziario  – come atto politico. Non vengono i brividi anche a voi?

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