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E anche oggi Lucia Borgonzoni sconfigge il “sistema Bibbiano” domani

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È qualche giorno che la senatrice della Lega Lucia Borgonzoni, candidata per il centrodestra alla Presidenza dell’Emilia Romagna non parla più di Bibbiano. O del “sistema Bibbiano“, come preferisce definirlo lei. L’ultima volta l’avevamo lasciata a denunziare la presunta schedatura dei bambini di Pianoro. La senatrice della Lega aveva infatti scoperto grazie al consigliere Luca Vecchiettini un armadio con «centinaia di bambini ‘schedati’ con informazioni sensibili su situazione familiare, disagi, osservazioni sulla loro psicologia e sul comportamento».

Sopresa: a Pianoro non ci sono bambini “schedati”

Eppure era stato chiaro fin da subito che quello trovato all’interno di una stanza messa a disposizione dei gruppi politici del Comune di Pianoro le cui chiavi erano state date solo ai gruppi consiliari non era certo un altro armadio della vergogna come quello tristemente noto rinvenuto in via degli Acquasparta. Perché la spiegazione era molto più semplice: quella sala veniva utilizzata dagli psicologi del Progetto Patchwork. Si tratta di un progetto di assistenza alla genitorialità e di ascolto con psicologi sostenuto dal Comune di Pianoro per aiutare genitori e insegnanti a gestire il disagio di figli e alunni.

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Secondo la Borgonzoni invece i “faldoni” erano potenzialmente accessibili a chiunque e quella che aveva davanti era una vera e propria “schedatura” di bambini e piccoli alunni. Consapevole della portata politica di tale scoperta (non capita tutti i giorni di trovare una seconda Bibbiano) la senatrice leghista annunciò che la lega aveva presentato un esposto alla procura (a farlo furono il consigliere Vecchiettini e il deputato Gianluca Vinci). La sindaca di Pianoro Franca Filippini presentò a sua volta una contro-denuncia nei confronti di Borgonzoni e Vecchiettini per la pubblicazione di alcune foto dei “documenti”. Oggi il pm di Bologna Bruno Fedeli ha chiesto l’archiviazione delle denunce contro ignoti per trattamento illecito di dati, riunite in un unico fascicolo, e presentate dalla Lega e dal sindaco di Pianoro (Bologna), Franca Filippini, sul caso dei bambini ‘schedati’.

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Secondo il magistrato dalle denunce “non emergono elementi per sostenere l’accusa in giudizio“, questo perché i documenti costituivano un “incartamento preparatorio, in vista della successiva restituzione ai docenti, in merito agli esiti dell’osservazione condotta dall’equipe di professionisti nelle scuole”. In poche parole erano semplici appunti presi dagli psicologi che collaboravano al progetto Patchwork durante gli incontri nelle classi “in funzione della successiva valutazione di sintesi, motivo per cui i singoli alunni venivano indicati solo per nome e non anche per cognome, non essendo la loro identificazione funzionale al raggiungimento degli obiettivi del progetto”. Non sarebbe quindi una schedatura, come scritto dalla senatrice Borgonzoni perché l’identificazione dei bambini “non era necessaria per raggiungere gli obiettivi del progetto ‘Patchwork’, il cui scopo era l’analisi comportamentale collettiva delle classi, che non poteva che essere anonima”. La presenza dei documenti nell’armadio è invece dovuta ad una mera dimenticanza in seguito al trasferimento del progetto Patchwork in un’altra stanza. Per la stessa ragione anche per quanto riguarda la pubblicazione delle foto sui social il magistrato ha chiesto l’archiviazione dal momento che non c’erano riferimenti ai minori e che i documenti sono stati resi pubblici “al solo fine di esercitare il diritto di informazione”.

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