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Domenico Furgiuele: Il deputato calabrese che imbarazza la Lega di Salvini

Nell’inchiesta sulla compravendita di sentenze alla Corte d’Appello di Catanzaro spunta il nome di Salvatore Mazzei, suocero del deputato leghista Furgiuele, che avrebbe tentato di comprare una sentenza per evitare il sequestro dei beni. Ma se tutti i beni di Mazzei sono stati sequestrati con che soldi si sarebbe svolto il tentativo di corruzione?

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Duecento militanti calabresi della Lega hanno scritto una lettera a Matteo Salvini per chiedere “maggiore trasparenza” nella gestione del partito. Lo riferiva esattamente un anno fa il Fatto Quotidiano. Sul banco degli imputati c’è il Segretario regionale Lega Salvini Premier Calabria, l’onorevole Domenico Furgiuele. Non risulta che quelle richieste siano state accolte, visto che Furgiuele – che è l’unico deputato eletto dalla Lega in Calabria – è ancora al suo posto e Salvini si è limitato a inviare un commissario, Christian Invernizzi, al quale non sono stati dati molti poteri operativi. Il problema quindi potrebbe non essere stato risolto, almeno secondo una recente inchiesta di Alessia Candito per l’Espresso.

Domenico Furgiuele e quel suocero “ingombrante”

Ma perché, esattamente, Furgiuele dovrebbe rappresentare un problema per la Lega e per Salvini? In che modo la sua figura potrebbe mettere in imbarazzo la Lega? L’elemento chiave è  la figura del suocero dell’onorevole Furgiuele: l’imprenditore Salvatore Mazzei. Noto imprenditore e titolare di una cava a Lamezia Terme (dove c’è anche il quartier generale della Lega) Mazzei è stato condannato, in via definitiva, per tentata estorsione aggravata da metodo mafioso (e assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa). Di lui si parlava già nell’inchiesta di Claudia Di Pasquale per Report sulla “nuova” Lega che sfondava al Sud Italia nel 2018.

furgiuele salvini mazzei - 1A Mazzei (che oltre a Furgiuele aveva anche un altro genero all’epoca impegnato in politica, ma con CasaPound) sono stati sequestrati beni per 200 milioni di euro. Tra i beni sequestrati anche un immobile – di proprietà di una delle figlie di Mazzei, la moglie del deputato leghista – dove risultava avere domicilio proprio l’onorevole Furgiuele. Lui, che con quel processo non c’entra, si è difeso dicendo che la sua unica colpa «è quella di essermi innamorato a 15 anni di una ragazza, dopo di che, io mi sono sposato, sono cresciuto con mia moglie, la mia condotta di vita, politica, personale è trasparente».

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Il provvedimento di sequestro però colpisce anche il patrimonio intestato ai figli di Mazzei che la Polizia giudiziaria di Catanzaro ritiene che sia di Salvatore Mazzei perché «le risorse, ab origine fornite dal capostipite – si leggeva nel provvedimento – sono state trasferite indistintamente fra persone fisiche e soggetti collettivi, a seconda dell’abbisogna del momento». Inoltre, aveva scoperto Report, dopo essere stato eletto Furgiuele aveva ceduto le sue quote di una società (la Terina Costruzioni Srl) di cui era socio assieme ad una delle figlie di Mazzei (Maria Concetta, che ne deteneva l’80%) al cognato Armando Mazzei, vale a dire a una delle persone a cui erano stati confiscati i beni: «e grazie a questa società gli consente di lavorare all’interno della cava confiscata alla famiglia» commentava in studio Sigfrido Ranucci.

Come il caso Petrini rischia di mettere nei guai la Lega di Salvini

Storia vecchia, si dirà. Tanto più che Furgiuele ne è sempre uscito pulito. Il punto però è che Mazzei non ha mai gradito quel provvedimento di sequestro ed è tutt’ora pendente un ricorso alla Corte d’Appello di Catanzaro. E il nome dell’imprenditore lametino, suocero del deputato leghista, è spuntato fuori nelle carte dell’inchiesta su Marco Petrini, il magistrato presidente della III sezione della Corte d’Appello di Catanzaro arrestato il mese scorso con l’accusa di corruzione in atti giudiziari.

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Secondo l’accusa gli indagati (otto in tutto) offrivano a Petrini denaro, oggetti preziosi o altre utilità «per ottenere, in processi penali, civili e in cause tributarie, sentenze o comunque provvedimenti favorevoli a terze persone concorrenti nel reato corruttivo. In taluni casi i provvedimenti favorevoli richiesti al magistrato e da quest’ultimo promessi e/o assicurati erano diretti a vanificare, mediante assoluzioni o consistenti riduzioni di pena, sentenze di condanna pronunciate in primo grado dai tribunali del distretto, provvedimenti di misure di prevenzione, già definite in primo grado o sequestri patrimoniali in applicazione della normativa antimafia, nonché sentenze in cause civili e accertamenti tributari».

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Interrogato a inizio febbraio Petrini ha raccontato in tribunale gli innumerevoli episodi di corruzione di cui è stato protagonista. Il nome di Salvatore Mazzei – scrive Alessia Candito su LaCNews24.it – salta fuori in un’intercettazione del faccendiere Mario Santoro che rivela il tentativo di comprare una sentenza favorevole in appello per far cadere l’aggravante mafiosa. Il prezzo? Centomila euro. Secondo la Guardia di Finanza Mazzei avrebbe consegnato delle somme di denaro al commercialista Antonio Claudio Schiavone «al fine di interferire sul predetto giudice [Petrini NdR] per fare restituire dei beni sottoposti a sequestro nell’ambito di una indagine della Dda di Catanzaro». Rimane naturalmente un interrogativo: dove avrebbe preso i soldi Mazzei se l’intero patrimonio era sotto sequestro? All’epoca dell’inchiesta di Report Salvini aveva risposto che lui non voleva fare «processi ai parenti, ai cugini, ai nipoti» e per quanto riguardava Furgiuele «… ecco io non rispondo di quello che fa mio suocero onestamente, porti pazienza…». Sarà ancora così?

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