Fact checking

Che differenza c'è tra il referendum della Catalogna e quello di Salvini?

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In Veneto e in Lombardia la Lega Nord non parla più di indipendenza ma di autonomia. Fra un mese i lombardi e i veneti saranno chiamati a rispondere ad una domanda tanto fondamentale per Luca Zaia e Roberto Maroni e le sorti del loro partito quanto inutile nella pratica per i cittadini delle due regioni. Si tratta di un referendum consultivo senza quorum che non è previsto dalla Costituzione, eppure Zaia e Maroni hanno impegnato ingenti risorse economiche per chiedere ai cittadini se vogliono che alla loro regione siano attribuite “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”.

Un referendum farsa per far fare propaganda elettorale alla Lega

Nessuno sa quali possano essere queste forme di autonomia, a quanto pare ogni elettore può intenderla come meglio crede, perché l’importante è strizzare gli occhi agli indipendentisti. E i leader leghisti si guardano bene dal dire che la Costituzione prevede già che queste possano essere attribuite con legge dello Stato su iniziativa della Regione interessata a patto che l’intesa tra lo Stato e la Regione venga approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti. Per avanzare al governo e al Parlamento la richiesta di maggiore autonomia non è in alcun modo necessario indire un referendum. Maroni e Zaia hanno avuto 5 anni di tempo per proporre la loro idea di autonomia regionale al Governo, ma non lo hanno fatto. Eppure avevano dalla loro il mandato popolare dei cittadini e il sostegno della maggioranza nei rispettivi consigli regionali.
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Evidentemente per la Lega Nord è più comodo così. Anche perché in un periodo di conti correnti bloccati cosa c’è di meglio che fare campagna elettorale usando i soldi dei cittadini? Si stima infatti che il costo dell’operazione referendaria verrà a costare tra i 40 e i 50 milioni di euro in Lombardia e 14 milioni in Veneto. Di soldi pubblici s’intende. Una spesa che se fosse stata fatta da altre regioni i leghisti avrebbero subito parlato di spreco di denaro e di Roma ladrona. Il tutto per ottenere sostanzialmente una cosa (che però curiosamente non è scritta nero su bianco nel quesito referendario) ovvero la possibilità di mantenere in Lombardia e in Veneto buona parte del cosiddetto “residuo fiscale”.  Ovvero la differenza tra entrate provenienti dalle tasse e spese: si parla di circa 70 miliardi di euro (53,9 miliardi per la Lombardia e 18,2 miliardi per il Veneto) che invece che essere trasferiti allo Stato centrale potrebbero rimanere sui territori ed essere investiti per servizi al cittadino.

Essere più ricchi non vuol dire avere ragione

Al di là del fatto che il referendum è un’operazione di propaganda inutilmente costosa ci sono anche altri aspetti problematici. Il primo è che dovrà andare al voto la maggioranza degli aventi diritto, perché se è scontato che chi andrà a votare voterà sì quello che interessa alla Lega è che la maggior parte del popolo Veneto e di quello Lombardo vadano alle urne per legittimare questa farsa. C’è poi il fatto che a chiedere maggiore autonomia in campo tributario siano due delle regioni più ricche del Paese. Regioni che vorrebbero essere esentate dal principio di sussidiarietà che regge lo Stato. A favore di questo argomento ci sono gli sprechi di soldi pubblici che si sono registrati ovunque (la vicenda del MOSE dovrebbe essere un monito per i veneti) in settant’anni di storia repubblicana.
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Contro questo modo di pensare invece c’è quanto sta accadendo al di fuori dei confini del lombardo-veneto. Perché la sostanza di quello che chiedono di fare Salvini, Maroni e Zaia non è poi così diverso da quello che chiede l’Europa all’Italia, alla Grecia o agli altri paesi “spreconi” della UE: i più ricchi impongono la loro legge ai più poveri dettando le condizioni su come debba essere speso il denaro (o tenendolo per sé). E non è un caso che lo stato maggiore leghista in queste ore, dopo i fatti di ieri in Spagna, sia sceso in campo a fianco delle rivendicazioni degli indipendentisti catalani. La Catalogna si appresta infatti ad andare al voto il 1 ottobe per staccarsi da Madrid e diventare uno stato indipendente ma il governo centrale ritiene che il referendum – senza quorum – sia illegale e ieri la Guardia Civil ha tentato di decapitare i vertici della Generalitat, il governo di Barcellona, colpevoli di attentare all’unità nazionale.

«I governi di Spagna e Italia vogliono impedire il cambiamento!»

Matteo Salvini ha scritto che l’azione del governo di Madrid che ieri ha arrestato militanti e sequestrato schede elettorali e conti correnti degli organizzatori del referendum che il governo spagnolo considera illegale, vuole “impedire il cambiamento”. Proprio come avrebbe fatto la magistratura rossa con la Lega Nord quando ha bloccato i conti correnti del partito in seguito alla condanna in primo grado del Presidente della Lega per truffa ai danni dello Stato. Luca Zaia oggi sull’Huffington Post trova una continuità ideale tra le istante autonomiste dei veneti e quelle indipendentiste dei catalani. In entrambi i casi – spiega – è il popolo che si vuole esprimere e lo Stato non può ignorare le legittime richieste di autonomia, né quelle dei catalani né quelle dei veneti e dei lombardi.

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Fonte: Corriere della Sera del 21/09/2017

Zaia dimentica però che nel 2014 quando i catalani votarono al precedente “referendum” per l’indipendenza alle urne ci andò solo il 35% degli aventi diritto. Non proprio un successo. Ed infatti nonostante l’80% dei voti a favore non se ne fece nulla. Non è quindi un caso che il nuovo referendum sia anch’esso senza quorum. Alla faccia della democrazia. Oltre al paralellismo “giudiziario” con le vicende leghiste l’unico altro punto di contatto con la Catalogna è che – proprio come Lombardia e Veneto – è una delle regioni più ricche del paese. Ora che con la crisi economica le cose non vanno bene – sostengono i critici – la Catalogna non vuole più farsi carico della sua parte di responsabilità nei confronti di altre aree del Paese.

Perché la Catalogna vuole l’indipendenza da Madrid

Già nel 2006 lo Statuto della Catalogna prevedeva la nascita di una sorta di “patto di stabilità” spagnolo. All’articolo 206 si obbligava lo Stato a non usare i soldi dei catalani per aiutare altre parti del Paese se queste non avessero adottato misure fiscali restrittive. Quell’articolo è stato poi dichiarato incostituzionale. Guarda caso il terreno di scontro tra Madrid e Barcellona è proprio sulla raccolta delle tasse, che rimane in capo a Madrid. Anche perché non c’è altro: dalla fine del franchismo in poi il governo centrale ha concesso alla Catalogna un’autonomia molto ampia. C’è chi dice che così come “i padani” anche i catalani rivendicano la loro indipendenza in ragione della loro storia e della loro cultura. Altri invece sostengono che la Padania sia un falso storico mentre i catalani invece abbiano ragione da vendere quando chiedono l’indipendenza.


Ma la storia ci racconta invece che la Catalogna – la regione storica – non coincide affatto con quella attuale. Storicamente la Catalogna ha iniziato a far parte di quello che diverrà il primo nucleo della Spagna moderna in seguito al matrimonio tra il Re d’Aragona e la Regina di Castiglia. In quel periodo la regione faceva parte del Regno d’Aragona e già non era “autonoma e indipendente” (lo è stata per un certo periodo attorno all’anno mille). Il momento però cui i catalani fanno iniziare la fine dell’indipendenza viene postdatato fino alla Guerra di successione spagnola quando Filippo V di Borbone (che unificò tutta la Spagna) punì la Catalogna colpevole di aver preso le parti degli Asburgo togliendo l’autonomia al regno d’Aragona. Dal punto di vista culturale la questione è ancora più risibile: la Nation Catalana comprende secondo gli indipendentisti anche gran parte del sud della Francia fino alla Liguria, vale a dire tutta la regione della Linguadoca. Rimane sul tappeto una sola questione: i soldi. E su questo aspetto c’è davvero poca differenza tra i leghisti e gli indipendentisti catalani.