Economia

Dove sono finiti i 30 miliardi di euro promessi da Di Maio?

Venti minuti, una seduta del Consiglio dei Ministri, questo era il tempo necessario promesso da Luigi Di Maio in campagna elettorale per approvare il primo decreto del governo del MoVimento 5 Stelle. Il contenuto di questo fantastico decreto, di nove pagine, è stato illustrato coram populo dall’allora candidato premier pentastellato in Piazza del Popolo il 2 marzo 2018. Quella sera Di Maio era in gran forma, i sondaggi davano il M5S in testa e serviva una promessa di quelle capaci di portare il M5S al 40% e oltre.

Quando Luigi Di Maio prometteva agli italiani 30 miliardi di euro 

Ecco quindi che Di Maio estrae il documento, spiegando il contenuto del decreto che avrebbe potuto essere approvato subito. Il decreto è in tre punto:  «al primo punto dimezziamo lo stipendio ai parlamentari della Repubblica, al secondo punto togliamo i vitalizi ai politici e al terzo punto di questo decreto tagliamo 30 miliardi di sprechi e privilegi e li rimettiamo in aiuti verso aiuti alle famiglie che fanno figli, a chi perde il lavoro e ai pensionati». La folla in piazza, che esplodeva in boati sempre più fragorosi ad ogni annuncio alla fine era in visibilio e ha intonato il canto della vittoria pentestellata: onestà! onestà! onestà!

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Le cose però non sono andate come promesso dal Capo Politico del MoVimento. Il M5S non ha vinto le elezioni, anche se è risultato essere il primo partito. Ha fatto un accordo di governo (un inciucio, avrebbero detto loro) con la Lega di Salvini. E di quel decreto non si sono perse le tracce. Eppure era già lì, era scritto, bastavano solo venti minuti per approvarlo. Il M5S, continuava Di Maio, avrebbe potuto farlo perché solo loro hanno «la credibilità per approvare questi tagli».

Perché il M5S non parla più dei 30 miliardi di euro di sprechi?

Nel contratto di governo con la Lega però quei 30 miliardi di euro sono scomparsi. E sono scomparsi anche dal dibattito politico. Il taglio dei vitalizi (un mero ricalcolo in realtà) è stato approvato solo alla Camera. Al Senato invece le cose sono rimaste come prima. Del dimezzamento degli stipendi dei parlamentari nessuno si azzarda a parlare nemmeno nel MoVimento 5 Stelle. Ma ovviamente sono i 30 miliardi di euro a fare gola. Perché con quei soldi sarebbe possibile, ad esempio, finanziare il Reddito di Cittadinanza. Eppure in una lettera a Repubblica il giorno dopo le elezioni Di Maio spiegava che tra i significati del risultato c’era il fatto che gli italiani avevano detto chiaro e tondo che «30 miliardi di sprechi non possono non essere eliminati».

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Il problema è che quei 30 miliardi non ci sono. Perché sarebbero i proventi del piano Cottarelli ovvero della spending review. Solo che sono già stati “prodotti” con tagli alla spesa. Nell’arco di tre anni, non di un anno, tra il 2014 e il 2017. Nel programma dei famosi venti punti addirittura si parla di “50 miliardi di euro di sprechi che tornano ai cittadini”. Il governo gialloverde però non sembra intenzionato a mettere in atto una revisione della spesa pubblica, perché comporterebbe fare misure impopolari. E questo governo non vuole essere impopolare. Eppure proprio ora che il ministro dell’Economia Tria sta approntando il primo documento di economia e finanza dell’esecutivo quei 30 miliardi di euro promessi da Di Maio agli italiani potrebbero fare comodo.

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Come mai il vicepremier non ci dice dove sono? Qualcuno potrà dire che tra le “clausole” (quelle scritte in piccolo piccolo) c’era il fatto che il M5S doveva vincere le elezioni. Ma se è vero che per andare al governo con la Lega il M5S ha dovuto rinunciare a qualcosa 30 miliardi non sono certo una cifra che sparisce per colpa di Salvini. Il loro utilizzo era subordinato alla nascita di governo monocolore pentastellato? Allora significa che il MoVimento 5 Stelle non sta governando per il bene del Paese. Anche perché il partito di Casaleggio in Parlamento (perché si governa con i voti in Aula, non con quelli rilevati dai sondaggi settimanali) ha un peso rilevante rispetto alla Lega, possibile che non sia in grado di far sentire le proprie ragioni?

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C’è infine un’ultima, tragica, ipotesi. La promessa di Di Maio è analoga a quella fatta nel 2015 sul miliardo di euro di sprechi “trovati” a Roma e pronti per essere utilizzati dalla giunta Raggi per risanare la città. Sono passati tre anni, Virginia Raggi è sindaco da due anni e di quel miliardi non c’è più traccia e nessuno ne parla più.

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