Economia

Cosa può bloccare (o velocizzare) lo stadio della Roma a Tor di Valle

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Dopo l’accordo è l’ora del disaccordo. Il taglio delle opere pubbliche e delle cubature per lo Stadio della Roma a Tor di Valle che ha portato al patto tra i proponenti e il Comune di Roma ora deve affrontare il bivio più difficile: quello delle procedure per metterlo in pratica. Ci sono due ordini di problemi di natura procedurale sul tavolo: il primo è quello della Conferenza dei Servizi ormai in esaurimento; il secondo è quello della modifica della delibera Marino-Caudo.

Tor di Valle, cosa può bloccare lo stadio della Roma

Andiamo con ordine. Il direttore generale della A.S. Roma Mauro Baldissoni in un’intervista al TG1 ieri ha detto poche parole in codice a proposito della Conferenza dei Servizi: “Devo dire che, fino ad ora, la Regione si è comportata egregiamente e ha fatto un grande lavoro di coordinamento. Siamo sicuri che continuerà a svolgerlo per rendere efficiente fino all’ultimo momento questa procedura, anche con le modifiche che saranno apportate”. Attenzione alle parole: “continuerà“, “fino all’ultimo momento questa procedura“, dice Baldissoni. E si capisce bene cosa intende: intende che il progetto con le modifiche ottenute dalla sindaca Virginia Raggi dovrà essere portato in Conferenza e lì giudicato dagli enti coinvolti nel processo (governo, Regione, Città Metropolitana oltre al Comune)Questo perché, è la logica di Baldissoni, il progetto di stadio della Roma è sempre lo stesso, è cambiato solo il contorno.
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Ma nel pomeriggio una nota stampa di Michele Civita, assessore competente in Regione Lazio, diceva invece tutt’altro:  “Ricordo che l’attuale conferenza dei servizi è incardinata, come prevede la legge, sulla delibera approvata dal consiglio comunale che ha riconosciuto il pubblico interesse al progetto presentato nel 2014. Quindi, se il progetto cambia, bisognerà richiedere una nuova valutazione tecnica e un nuovo pronunciamento da parte del Consiglio comunale di Roma sul pubblico interesse”. Ovvero, sostiene Civita, bisogna votare una nuova delibera. E, sottintende Civita anche se non lo dice, a questo punto la Conferenza dei Servizi deve ripartire da zero dandosi altri sei mesi di tempo per decidere. Chi ha ragione tra i due?

Una delibera geneticamente modificata 

La delibera 132 firmata nel 2014 dalla Giunta Marino prevedeva il progetto con le opere pubbliche a compensazioni e le ormai famose torri. Le modifiche prevedono un taglio delle opere pubbliche e un conseguente taglio delle cubature a compensazioni, tra cui le torri. Come implementare questa modifica con atti che abbiano l’effetto giuridico di sigillare il patto tra proponenti e Comune? A questo proposito ci sono due scuole di pensiero. La prima è quella dell’A.S. Roma e della Raggi: il proponente chiede un rinvio della Conferenza dei Servizi (può farlo? C’è chi dice no, in base alla legge; ma se non si può fare perché la Regione e gli altri enti lo hanno concesso al Comune il mese scorso?) utilizzando magari come scusa proprio l’iter di apposizione del vincolo della Soprintendenza dei Beni Culturali, oppure spiegando che si deve agire sulla delibera. A quel punto la Raggi sfrutterebbe il tempo guadagnato per modificare (e non per annullare) la delibera 132, predisponendo una “fasizzazione” delle opere pubbliche che ne prevede il rinvio ma non l’annullamento e la loro successiva realizzazione con fondi statali. Ovviamente il tutto dovrebbe passare al vaglio del voto e affrontare così la dissidenza M5S, che sarebbe però ridotta, per lo meno in Assemblea Capitolina, a tre consiglieri che hanno votato contro (Alisia Mariani, Alessandra Agnello e Maria Agnese Catini) più l’astenuta Cristina Grancio. 

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Credits: TDVProject

Un’altra via per ottenere un risultato simile è invece spiegata oggi dallo stesso Baldissoni in un colloquio con Stefano Carina del Messaggero: «La mancata costruzione delle torri e la conseguente riduzione delle cubature non riguardano certamente la Roma. A noi non interessa la parte Business park, questa riguarda il costruttore. La sostenibilità dell’intero progetto e il resto delle opere pubbliche che fanno capo a Parnasi sono comunque bilanciate perché fanno parte di un calcolo algebrico. Mi spiego meglio. Scendono le cubature? Inevitabilmente calano i costi dell’investimento», sostiene il DG della società di Pallotta. Che poi aggiunge il dettaglio decisivo: «Questo non significa che ci sarà necessariamente un taglio delle opere pubbliche ma nelle pieghe del progetto, alcuni soldi che inizialmente si pensava di dover utilizzare come contributo al costo della costruzione (il riferimento è alle tasse da pagare, ndc), non sarà più denaro che metterà direttamente Parnasi se non alla compensazione del calcolo algebrico del quale vi parlavo in precedenza».

È la politica, monnezza!

Baldissoni quindi sostiene che ci sia la possibilità di un cronoprogramma diverso che porti comunque alla realizzazione di alcune delle opere pubbliche che ad oggi appaiono tagliate in conseguenza del taglio delle cubature. Il Comune invece ritiene che sia possibile attingere a fondi statali e, spiega oggi Repubblica Roma, che si possano «dirottare i 150 milioni del ponte dei Congressi sul ponte dello stadio e la bretella che congiungerà il GRA e la Roma-Fiumicino a Tor di Valle. Conto finale di 90 milioni, con un risparmio di 60. Così, secondo il Campidoglio, si arriverà al via libera al progetto di Roma e Parnasi senza una seconda conferenza dei servizi». C’è molta confusione sotto il cielo giallorosso, ma dalla praticabilità di queste opzioni dipende un percorso che porterebbe alla velocizzazione della costruzione dell’opera: l’autorizzazione della Conferenza dei Servizi arriverebbe così all’inizio di aprile e i lavori potrebbero cominciare di lì a breve; oppure la Conferenza potrebbe chiudersi senza la decisione e a quel punto la Roma si rivolgerebbe al governo, come prevede l’iter, il quale usando i poteri sostitutivi arriverebbe a dare la sua sentenza finale entro 60 giorni. E allora se non è aprile sarà giugno ma i lavori cominceranno comunque alla fine del 2017 per concludersi nel 2020. Questo è il bicchiere mezzo pieno.

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L’iter dello stadio della Roma secondo la legge (da StadiodellaromaFAQ)

Il bicchiere mezzo vuoto invece è quello che vede la Regione Lazio. La cui argomentazione è invece la seguente: la delibera che certificava il pubblico interesse decade perché il progetto è stato stravolto, ha subito modifiche tutt’altro che necessarie e quindi la Conferenza dei Servizi deve ripartire da capo nel conto dei 180 giorni. Questo significherebbe un blocco del progetto che “riporterebbe le lancette dell’orologio indietro di quattro anni, tra studi di fattibilità da riscrivere, autorizzazioni da ottenere, due conferenze dei servizi (quella preventiva e quella decisoria) da aprire e chiudere”, come ricorda oggi Il Messaggero. Come finirà? Impossibile ad oggi pronosticarlo, anche se in molti sostengono che la prima opzione, quella che prevederebbe una velocizzazione della procedura, anche se dovesse trovare il consenso politico necessario potrebbe finire per essere impugnata al TAR provocando quindi un ritardo maggiore (e con buone probabilità di vittoria da parte di chi propone il ricorso). Vedremo. Nell’attesa comincia però a dipanarsi quel meraviglioso scenario di suicidio politico che potrebbe portare alla fine il Comune targato M5S a volere lo stadio e la Regione targata PD a impedirne o a rallentarne la realizzazione. Con il governo targato PD a dover prendere alla fine la decisione finale. Simone Contrasta di Parsitalia, uscendo dopo la fine della Conferenza dei Servizi ha detto che “La Regione avrà fino al 5 di aprile per decidere come andare avanti”.

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