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Cosa c’è dietro le tensioni tra Sérgio Moro e Bolsonaro

Di fatto, l’impasse è di natura prettamente politica, perché tanto Bolsonaro quanto Moro giocano, elettoralmente parlando, all’interno dello stesso campo politico, quello di una classica destra autoritari

bolsonaro lacerda

Le tensioni fatte registrare nell’ultima settimana all’interno del governo Bolsonaro tra lo stesso Presidente e il Ministro della Giustizia e Sicurezza Pubblica Sérgio Moro, pur apparentemente riassorbitesi, sembrano costituire una sorta di antipasto in vista delle prossime elezioni presidenziali nel 2022. Bolsonaro sa fin troppo bene che, ad oggi, malgrado il governo continui a procedere più per annunci ideologizzati che per reali riforme strutturali, il maggiore ostacolo sulla via di una sua possibile rielezione risponde al nome di Sergio Moro. Per converso, quest’ultimo è altrettanto cosciente del fatto che il maggiore ostacolo ad una sua possibile elezione alla presidenza si chiama Jair Bolsonaro. Di fatto, l’impasse è di natura prettamente politica, perché tanto Bolsonaro quanto Moro giocano, elettoralmente parlando, all’interno dello stesso campo politico, quello di una classica destra autoritaria nel perimetro della quale le opzioni liberali, peraltro limitate al solo campo economico, sono in realtà un paravento per mascherare il vero e proprio rentismo, latifondiario o imprenditoriale che sia, che sta alla base delle loro rispettive proposte politiche.

sergio moro falcone

Un passo fuori dal lulo-petismo per superare l’antipetismo

Detto questo, ritengo che l’ago della bilancia, al momento e al netto di eventuali, prossimi scandali giornalistici, penda a favore di Sérgio Moro, la cui elezione incoronerebbe in maniera definitiva il partito lava-jatista dei Dallagnol e dei Pozzobon, portando, in tal modo, la cosiddetta Repubblica di Curitiba ai piani più alti del potere politico brasiliano e trasformando, in via pressoché definitiva, il Brasile in uno Stato di polizia. Questo perché la proposta politica di Moro, rispetto a quella di Bolsonaro, non sarebbe in alcun modo differente nella sostanza, bensì soltanto un autoritarismo conservatore meno sfacciato e, pertanto, più presentabile alla faccia di un certo elettorato lontano dai toni rozzamente populistici dell’attuale presidente. E qui sta l’altro corno della questione, riguardante il tipo di elettorato, non bolsonarista, al quale Sérgio Moro potrebbe rivolgersi. Sotto questo precipuo aspetto, l’attuale Ministro della Giustizia e della Sicurezza Pubblica verrebbe ad adottare, io credo, una sorta di doppio binario, al fine di intercettare i voti provenienti tanto dalla galassia bolsonarista, quella più moderata, come pure quelli provenienti da tutto quel non piccolo serbatoio politico di estrazione PSDB-ista e MDB-ista, in particolare, che non si riconosce nella proposta politica di Bolsonaro, ma che, laddove Moro sapesse riprendere il filo della narrazione lava-jatista e anti-petista, magari riservando anche qualche chirurgica stoccata all’attuale presidente, potrebbe tranquillamente votare per l’ex-giudice della Lava Jato.
Ripeto, nella sostanza si tratta di due opzioni politiche del tutto convergenti nella direzione di un rentismo tipico di una destra autoritaria sudamericana, ciononostante, la proposta politica di Moro, di fatto, una sorta di ‘bolsonarismo gourmet’, avrà necessariamente bisogno, per arrivare alla presidenza, della mediazione del ‘ventre molle moderato’ dell’elettorato brasiliano.

sergio moro

Discorso, questo, che conduce fuori dalla querelle Bolsonaro-Moro e che si impone come necessaria strategica riflessione elettorale per la sinistra brasiliana. In altri termini, la sola possibilità che la sinistra ha, ad oggi, per evitare un possibile ballottaggio tra Bolsonaro e Moro alle prossime presidenziali, passa per la costruzione di una alleanza con un candidato di area moderata, come potrebbe essere Luciano Huck, possibile futuro candidato in quota PSDB. Considerazione, la quale, a sua volta, dovrebbe avere come corollario un allentamento della polarizzazione politica attualmente di moda in questo Paese – ciò che favorisce soltanto l’attuale governo in carica – di qui permettendo una convergenza, da parte della sinistra tutta, su di un candidato non di area petista e che, fermo restando la mia diffidenza verso ex-giudici prestati alla politica, potrebbe rispondere al nome di Flávio Dino. L’attuale governatore dello Stato del Maranhão, va detto, sembra essere il solo, all’interno della sinistra brasiliana, ad avere compreso la necessità di una convergenza politica al centro, aprendo alla possibilità di un ticket proprio al fianco di Luciano Huck. Questo perché il Brasile, piaccia o no, non si governa da sinistra a sinistra, bensì da sinistra verso il centro. L’ex-presidente Lula, il quale ben conosce le intricate dinamiche politiche del Congresso brasiliano, dovrebbe essere il primo a rendersi conto che, per disinnescare l’antipetismo delle destre rentiste, antiliberali e autoritarie di Bolsonaro e Sérgio Moro, occorre un passo indietro del Partido dos Trabalhadores al fine di costruire una alternativa che possa intercettare tanto l’elettorato di sinistra quanto quello moderato, nello scorse elezioni fagocitato da Bolsonaro e dai suoi alleati.

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