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Le risposte che Giuseppe Conte deve dare su Trump e il Russiagate

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Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte deve ancora spiegare le ragioni dell’impegno assunto con Donald Trump a collaborare sul Russiagate. Un impegno preso in assoluta solitudine e nel pieno di una crisi che lo avrebbe visto nell’arco di due settimane restare presidente del Consiglio nell’avvicendamento di due maggioranze di opposto colore.

Le risposte che Giuseppe Conte deve dare sul Russiagate

Soprattutto perché per ora non sembra avere alcuna intenzione di cedere la delega ai servizi, come gli chiede Italia Viva, e nel frattempo ha assunto impegni sugli F35 che hanno fatto arrabbiare i grillini, il premier adesso deve spiegare il motivo dell’acquiescenza nei confronti degli Stati Uniti in occasione del caso Mifsud. Spiega Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera:

Si torna dunque a Ferragosto quando il direttore del Dis Gennaro Vecchione — legato da antica amicizia con Conte — incontra Barr. Il ministro americano ha avviato una «controinchiesta» sul rapporto Mueller convinto che siano stati proprio alcuni servizi segreti europei a fornire elementi sui rapporti tra Donald Trump e la Russia per danneggiare la candidata democratica alle presidenziali del 2016 Hillary Clinton. È Conte ad autorizzare il colloquio.

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Quando e da chi è stato chiesto? E perché si è deciso di consentire a un esponente politico dell’amministrazione americana di avere contatti diretti con l’intelligence? Il contenuto del faccia a faccia rimane segreto, ma è presumibile che in quella sede Vecchione si sia impegnato a fornire le informazioni richieste visto che appena un mese e mezzo dopo parte una lettera di convocazione per il direttore dell’Aise Luciano Carta e per quello dell’Aisi Mario Parente. Poche righe per fissare ora e luogo della riunione — la sede del Dis in piazza Dante — specificando che «è gradita la presenza» di tutti.

Conte fugge dal Copasir

Non è infatti senza significato che Conte abbia deciso di rinviare ancora una volta il chiarimento di fronte al Copasir che proprio lui, ricorda Carlo Bonini su Repubblica oggi, decise di non informare, né formalmente, né informalmente, né prima, né dopo i due incontri di Roma tra il ministro Barr e i nostri Servizi il 15 agosto e il 27 settembre.

Nella scelta di Conte, è evidente il nervosismo e l’allarme di chi, in ritardo, ha compreso che il Russiagate può trasformarsi in una garrota. Con l’ex alleato (Salvini) che ha ora gioco facile a rimproverargli ciò che lui gli ha rimproverato per “Moscopoli” – la fuga dal Parlamento – un Comitato parlamentare di Controllo sui Servizi (Copasir) che da mercoledì avrà un nuovo Presidente scelto tra le opposizioni, e il mobilissimo Renzi, lesto a sfruttare l’occasione per chiedere (lo ha fatto ieri) che il Premier si spogli del suo potere di indirizzo sui Servizi a beneficio di un’autorità politica delegata in grado di meglio garantire lui e l’intera maggioranza.

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Gli intrecci tra la Link Campus, Donald Trump e Giuseppe Conte (Corriere della Sera, 3 ottobre 2019)

Questo perché, ricorda Bonini, i Servizi segreti non sono i Moschettieri del Re. E il presidente del Consiglio dovrebbe ricordare che “chi, in passato, si è abbandonato a questa irresistibile tentazione – il Sismi di Nicolò Pollari all’acme del ventennio berlusconiano – non ha avuto fortuna. Dovrebbe ricordare il caso Abu Omar (anche lì qualcuno pensò di fare un favore all’amico di turno alla Casa Bianca facendogli sequestrare a Milano un imam da agenti della Cia con l’appoggio di uomini dei nostri apparati)”.

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