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Con chi sta Marco Travaglio tra Di Maio e Di Battista?

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Avete presente quando i vostri amici su Facebook iniziano uno status dicendo “Molti amici mi hanno chiesto di dire qualcosa su X, scrivo qui così rispondo a tutti” o cose del genere? Si tratta di balle, in realtà nessuno ha chiesto loro niente ma vogliono parlare di qualcosa e cercano una scusa. Per un’assoluta coincidenza, oggi Marco Travaglio comincia sul Fatto così il suo pezzo su Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio, che oggi litigano in pubblico senza nominarsi come soltanto i veri democristiani sapevano fare:

Molti ci chiedono un’opinione sulla pubblica lite fra Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. Per quel che vale, è questa: hanno ragione e torto tutti e due. Dipende dal puntodi vista. Di Maio e Di Battista sono due persone perbene che credono in quello che fanno (giusto o sbagliato che sia),in un mondo politico infestato da ipocriti e malfattori. Di Maio è il vicepresidente del Consiglio, il ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro, nonché il capo politico dei 5Stelle, eletto nell’autunno 2017 dagli iscritti per cinque anni e appena riconfermato: e, a 32 anni, sta imparando rapidamente i quattro nuovi mestieri. Di Battista è un privato cittadino, ex parlamentare per una legislatura, che ha deciso di prendersi una pausa per dedicarsi alla famiglia e alla passione dei reportage dal Terzo mondo, seguitando a fare politica dall’esterno, anche col libro Politicamente scorretto.

Per modestia, il direttore del Fatto non segnala altre due caratteristiche precipue di Di Maio e Di Battista: Dibba il Sommergibile, come lo chiamavano gli attivisti romani per la sua tendenza a sparire quando c’è un problema, è spesso destinatario di contratti da parte della tv del Fatto, che ha finanziato e comprato i suoi reportage. Di Maio, invece, sta rapidamente (secondo Marco) imparando quattro mestieri che non sapeva fare ma il suo contratto di apprendistato è a carico dell’Italia. Da qui in poi nel pezzo il direttore del Fatto elogia il dibattito pubblico che scaturisce dalla divergenza di idee tra le due punte di diamante, senza magari soffermarsi sul fatto che intanto i due fanno finta di volersi bene e di non voler litigare. Il finale, però, è la parte più bella perché sembra la conclusione di un romanzo Harmony:

Dunque non c’è nulla di male se due leader parlano anche pubblicamente lingue diverse: la democrazia e il pluralismo sono conquiste, non peccati mortali. L’importante è che si abituino anche loro all’idea della dialettica interna. Ed evitino il vizio che attanaglia tutti i politici quando si barricano con i loro staff di yesmene iniziano a vedere nemici e complotti dappertutto. L’unica via d’uscita è ascoltarsi, valutare ciascuno il punto di vista dell’altro e le conseguenze delle proprie parole. Chiarirsi a quattr’occhi le idee, senza per questo cambiarle o tornare a lavare i panni sporchi in famiglia, aumma aumma. Soprattutto se, fondamentalmente, si vuole la stessa cosa.

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