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Come è finito il vertice a Palazzo Chigi (spoiler: male)

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Il vertice tra Giuseppe Conte e i suoi azionisti di maggioranza è finito male. Le intenzioni del premier erano chiare e semplici: mettere a cuccia Matteo Salvini e Luigi Di Maio  sulla questione della procedura d’infrazione e avere le mani libere per cercare di chiudere un accordo con l’Unione Europea attraverso la promessa di una manovrina per mettere a posto i conti oppure con l’ipoteca dei soldi “avanzati” da quota 100 e reddito di cittadinanza.

Come è finito il vertice a Palazzo Chigi (spoiler: male)

Una missione che il presidente del Consiglio si era dato con l’avallo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e guardata con simpatia anche a Francoforte, dove Mario Draghi da qualche tempo comincia a dimostrare insofferenza nei confronti delle opzioni di finanza creativa come i minibot, ma che rischia di infrangersi nelle difficoltà oggettiva di una politica il cui orizzonte temporale di lungo periodo è domani mattina. Carmelo Lopapa su Repubblica racconta che il presidente del Consiglio ha messo sul tavolo l’offerta con annessa minaccia di dimissioni:

Gioca d’anticipo, perché non ha altra via d’uscita. Mette subito in chiaro i suoi paletti: non accetterà di ritrovarsi a trattare con la Commissione mentre Salvini o Di Maio lo impallinano con un Facebook live. Per questo, chiede una delega in bianco ai due ministri. E la pretende pubblica, immediata, definitiva.

«Perché stavolta, a differenza dell’ultima legge di bilancio, sarà difficile evitare la procedura. In Europa il clima è cambiato, serve un miracolo». Senza mandato pieno, insiste, si dice pronto a consegnare il pallino al Quirinale. A cui per paradosso proprio lui – “l’avvocato del popolo” – ormai guarda come unico faro nella notte populista.

procedura d'infrazione 1
Italia-Europa, posizioni a confronti (La Repubblica, 5 giugno 2019)

I due però non sono sembrati poi così impressionati, anzi:

Il pressing dei due vice e la resistenza del presidente del Consiglio confliggono violentemente attorno al tavolo del salone presidenziale. Salvini sceglie il registro di sempre, quello degli slogan. «Tu puoi trattare a nome del governo – il senso del suo ragionamento – ma devi tenere il punto. Non possiamo cedere su tutto, dare l’impressione di accettare i diktat di Bruxelles». E Di Maio: «Devi difendere gli italiani, alzare la voce!». Conte tiene il punto. Disponibile a trattare, ma mettendo paletti anche sulla flat tax che è invece priorità leghista. «E comunque – ribadisce, citando il ministro dell’Economia Giovanni Tria – non potrà essere fatta in deficit».

Le parole e le cose, le parole e le scuse

Ma c’è un punto dirimente che il trattativista Conte non può ignorare: la realtà è fatta di numeri e impegni da assumere. In particolare, ci vogliono tre miliardi e una manovra correttiva da offrire alla Commissione Europea. Se l’Italia non si muove, arriva la procedura d’infrazione. E con essa, visto che nel frattempo ci sono 24 miliardi di clausole IVA da annullare e 30 miliardi di promesse sulla flat tax da mantenere, anche il ritorno della paura dello spread. Amedeo La Mattina su La Stampa spiega che il punto è sempre lo stesso:

Come trovare un’intesa con l’Europa è ancora un punto interrogativo. Ma qualche idea già c’è: ad esempio spiegando di avere qualche risparmio in più da Quota 100 e reddito di cittadinanza (circa 3 miliardi) che si potrebbe investire in un assestamento di bilancio per ridurre quel debito oggetto della procedura d’infrazione. O, ancora, si sta cercando di verificare se ci siano entrate maggiori del previsto.

Una strada di dialogo su cui Conte sa di avere la benedizione del presidente Sergio Mattarella. Dal Colle più alto il capo dello Stato osserva e tace, ma spera che la linea del premier sia sposata anche da Salvini e Di Maio. Chi lo conosce bene, però, è convinto che non gradisca il fatto di essere tirato in ballo continuamente, come fosse attore di una vicenda che, invece, riguarda solo il governo.

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I numeri dell’Italia per il 2019-2020 (La Repubblica, 5 giugno 2019)

Il vertice a Palazzo Chigi non si conclude con una fumata bianca. E a Conte a questo punto non resta che una strada: quella di dare le dimissioni. Ma in Italia le dimissioni non si danno mai, si minacciano e basta perché se si minacciano c’è il rischio che qualcuno le accetti.

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