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Chi ha ammazzato Fabrizio Piscitelli: la pista degli albanesi

Piscitelli era stato – ed era anche adesso – in affari con diversi gruppi criminali. Con esponenti di spicco della malavita albanese, vicini anche alle cosche della ‘ndrangheta. Lui era stato a pranzo in un ristorante, poi da un tatuatore, al “suo” circolo di via Amulio e infine dal barbiere prima di arrivare, mercoledì pomeriggio, all’altezza di via Lemonia 273

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Chi ha portato a dama Diabolik? L’omicidio mafioso di Fabrizio Piscitelli potrebbe già avere diverse piste di indagine che puntano tutte sulla droga: sotto i riflettori c’è una via che porta a una banda di nazionalità albanese. Le indagini partono dalle circostanze della morte, ovvero l’appuntamento nel Parco degli Acquedotti di Cinecittà, zona storicamente gestita dai “napoletani della Tuscolana” legati alla Camorra ma che ora, dopo una serie di arresti eccellenti, passata sotto il controllo dei “cavalli” albanesi emergenti, porta fino ai Balcani.

Chi ha ammazzato Fabrizio Piscitelli

Spiega oggi Il Messaggero in un articolo a firma di Marani e Scarpa che gli albanesi sono gente con cui, in realtà, Piscitelli, in passato arrestato per narcotraffico e su cui fino alla morte erano rimasti accesi i fari della Dda che con i carabinieri stava indagando su un nuovo giro di droga a Roma Est, avrebbe sempre stretto patti e fatto affari. Tanto che tra i suoi guardaspalle più fidati difficilmente mancava la batteria dei pugili albanesi, un’amicizia cementata dal comune tifo laziale. E qui comincia il giallo, perché quella scorta mercoledì pomeriggio non era al lavoro:

Con lui c’era solo l’autista esperto di arti marziali che lo accompagnava da una decina di giorni. L’uomo, nato a Cuba ma da decenni a Roma, è stato imparentato con un altro capoultrà e per questo parimenti degno della massima fiducia. Una casualità o forse Diablo non si fidava più degli albanesie li aveva tenuti da parte? Chi lo ha “venduto” a chi ha deciso e ben studiato a tavolino (Piscitelli fino a venti giorni fa era ancora sorvegliato speciale) di lanciare un messaggio firmato con un colpo alla nuca all’intera piazza di Roma: «Diabolik stai al posto tuo e così gli amici tuoi»? Nel mirino del pm della Dda Nadia Plastina ci s ono “pianisti”di rango. Se a preparare la strada alla musica di piombo sono state batterie locali, il mandante potrebbe essere nascosto ai vertici della mala

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La mappa della droga nella Capitale (La Repubblica, 9 agosto 2019)

Si studiano i movimenti di Piscitelli prima dell’omicidio: era stato a pranzo in un ristorante, poi da un tatuatore, al “suo” circolo di via Amulio e infine dal barbiere prima di arrivare, mercoledì pomeriggio, all’altezza di via Lemonia 273. E si cercano anche di comprendere i movimenti del killer che dopo la pallottola sparata con una calibro 7.65 appoggiata sulla nuca, all’altezza dell’orecchio sinistro, scappava via a piedi, per poi saltare in macchina e dirigersi verso il raccordo anulare.

Diablo Diabolik e la pista degli albanesi

Repubblica scrive in un articolo a firma di Rory Cappelli che il cubano «è terrorizzato»: il killer avrebbe tentato di sparare anche a lui ma la pistola si sarebbe inceppata. L’autista potrebbe aver visto il killer in faccia, ma «aveva il cappuccio che gli nascondeva il volto». Piscitelli aveva un appuntamento, forse una trappola, ma l’autista non sa con chi: «Io l’ho soltanto portato». Quello che si sa è che il killer è scappato a piedi, ma probabilmente lo aspettava un complice in moto.

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Tra le ipotesi c’è quella che Piscitelli potrebbe avere dato fastidio ai nuovi signori della droga, soprattutto ai grossisti calabresi ormai ras specie a San Basilio, la piazza di spaccio più florida della Capitale. O lasciato conti in sospeso altrimenti irrisolvibili. Poche ore prima Piscitelli si era fatto tatuare un teschio su una gamba da un professionista con lo studio nel quartiere Prati. Racconta ancora Il Messaggero:

Il tatuatore doveva finire il lavoro con la scritta “anti guardie” Acab. Una sigla che rimanda all’altra passione di Piscitelli, che lo ha reso “famoso” nel mondo del tifo calcistico, dove era uno dei re: il capo ultras della curva Nord. E così, sempre mercoledì, prima dell’appuntamento con il killer, Diabolik fa una capatina nelle sede degli Irriducibili, in via Amulio 47, quartiere Appio. Con lui l’onnipresente guardia del corpo.

Un massiccio judoka cubano che gli fa anche da autista. Vanno a pranzo in un ristorante. Poi, arrivano le 18.50. In una panchina del parco degli Acquedotti si consumano gli ultimi secondi di vita di Piscitelli. Accanto a lui, c’è la guardia del corpo. Gli inquirenti non hanno dubbi: Diabolik doveva incontrarsi con qualcuno che conosceva.

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Il pugile era il cognato (o l’ex cognato secondo altre cronache) di un altro esponente storico degli Irriducibili, di cui Diabolik si fidava ciecamente. Piscitelli l’aveva arruolato da poco.

Una trappola per Diabolik

Intanto gli investigatori, coordinati dall’aggiunto Michele Prestipino e dalle sue sostitute Rita Ceraso e Nadia Plastina, stanno facendo una serie di altri accertamenti. Oltre all’acquisizione delle telecamere della zona (il parco degli Acquedotti nella Roma Sud)si analizzano i dati sul cellulare della vittima per ricostruire gli ultimi giorni. Piscitelli era monitorato dalla Dda che, nei mesi scorsi, aveva aperto un’indagine per traffico di sostanze stupefacenti nella quale era indagato.

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Fabrizio Piscitelli in arte Diabolik

Rinaldo Frignani sul Corriere della Sera spiega che Piscitelli era stato – ed era anche adesso – in affari con diversi gruppi criminali. Con esponenti di spicco della malavita albanese, vicini anche alle cosche della ‘ndrangheta, c’erano stati contatti per la gestione delle piazze degli stupefacenti, come Ponte Milvio e più in generale di Roma Nord, sotto il controllo di Michele Senese.

Albanesi che frequentavano la Curva Nord dell’Olimpico. Le intercettazioni telefoniche scattate dopo l’uccisione di Piscitelli avrebbero già fornito un quadro abbastanza chiaro dello scenario nel quale è stato pianificato l’agguato. E rivelato che lui avrebbe capito che stava per accadere qualcosa, tanto da dare l’ultimo appuntamento in un luogo affollato, come il parco di via Lemonia. Non è bastato tuttavia per scoraggiare l ’assassino, che potrebbe essere stato ripreso dalla telecamera di un palazzo di fronte alla panchina, trasformata dagli ultrà laziali in un altare, conf iori, sciarpe e striscioni in memoria di «Diabolik».

La soluzione del caso potrebbe spiegare tanto altro sulla guerra della droga a Roma.

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