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Che cosa cambia nello Statuto della Lega

Il congresso federale della Lega Nord ha approvato il nuovo statuto del movimento fondato da Umberto Bossi nel 1991. La bad company della Lega e i 49 milioni

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Il congresso federale della Lega Nord ha approvato il nuovo statuto del movimento fondato da Umberto Bossi nel 1991. Rispetto al testo precedente (che risale al 2015), le principali modifiche riguardano il ruolo di Bossi e la possibilità, scritta nero su bianco, che il consiglio federale conceda il simbolo ad altri movimenti politici. Il senatùr rimane presidente a vita del Movimento che fece nascere (federando tutti i soggetti politici autonomisti 28 anni fa).

Che cosa cambia nello Statuto della Lega

Bossi resta “garante dell’unità della Lega Nord”, ma gli viene tolta la possibilità di “assumere i poteri e le competenze del consiglio federale” in caso di dimissioni del segretario e di “convocare entro 120 il congresso straordinario degli organi elettivi”. In caso di dimissioni del segretario, viene quindi introdotta una nuova figura, quella del “commissario federale con pieni poteri” che gestisce la transizione verso il congresso. Altra funzione che viene tolta alla presidenza federale, e quindi a Bossi, è quella di rappresentare l’ultima istanza cui possono fare “ricorso in appello” i padri fondatori che vogliano contestare eventuali provvedimenti disciplinati. Il presidente rimane comunque un componente del comitato disciplinare e di garanzia, organo cui spettano le deliberazioni in questi casi.

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Dallo statuto scompare tutta la parte relativa alle sezioni provinciali, che dovrebbero passare al nuovo soggetto nazionale ‘Lega Salvini premier’ fondato nel 2017, mentre un’altra modifica riguarda la scadenza degli organi elettivi: il segretario e il consiglio federale non saranno in carica più solo tre anni, come introdotto da Roberto Maroni, nel 2012, ma cinque. Viene poi messa nero su bianco la possibilità – già realizzata, peraltro, alle scorse Europee con Lega Salvini premier – che il consiglio federale conceda “l’utilizzo, anche per fini elettorali” del simbolo “ad altri Movimenti politici, le cui affinità con gli obiettivi di Lega Nord sono rimesse alla valutazione” del massimo organo esecutivo del partito. La struttura del vecchio Carroccio ne esce poi dimagrita: scompaiono, tra gli altri organismi, la segreteria politica (una sorta di doppione del consiglio federale, usato, in passato, sostanzialmente soltanto da Maroni), e il responsabile federale organizzativo.

La vecchia Lega va in pensione (e i 49 milioni?)

Rimane, invece, la parte in cui si afferma che la “Lega Nord tutela le minoranze, ove presenti, e, a tal fine, garantisce la presenza con diritto di parola e di voto in seno al consiglio federale al candidato alla carica di segretario federale che risulti il primo dei non eletti” (resta anche la parte in cui, in seguito a due assenze, anche non consecutive, in consiglio, si perde questo diritto). Curiosa la IV postilla alle disposizioni finali, in cui si delibera che “fino allo svolgimento del successivo congresso federale, il segretario federale, su conforme delibera del consiglio federale, ha il potere di modificare la sede della Lega Nord“.

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Il Congresso del 21 dicembre dà vita ad una bad company, una Lega “cattiva” che dovrà occuparsi della questione dei 49 milioni di euro. La vecchia Lega non può sparire, non tanto per questioni nostalgiche o perché il partito ormai non è più radicato solo al Nord ma perché deve restituire allo Stato (in comode rate) i famosi 49 milioni. Salvini però non sarà il Segretario di quella Lega per la quale verrà nominato un commissario. Il leader della Lega avrà quindi finalmente  l’alibi politico per non dover rispondere alle domande di chi gli chiede dove siano finiti quei soldi. Anche se parte di quelli sono “scomparsi” ben dopo la fine della gestione di Umberto Bossi, prima con Maroni (quello delle scope padane) e poi proprio con Salvini. Perché la vicenda è sì quella della truffa ai danni dello Stato, sui rimborsi elettorali non dovuti dal 2008 al 2010, ma l’Espresso ha documentato che non si tratta unicamente di “presunti errori” di dieci anni fa perché i soldi in questione sono entrati nelle casse del partito anche tra il 2011 e il 2014, quindi durante la gestione di Roberto Maroni e Matteo Salvini. 

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