Economia

La cannabis light è illegale: addio posti di lavoro per un favore alle mafie

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La Corte di Cassazione ha stabilito che la “liberalizzazione” della cannabis light riguarda solo gli usi agroalimentari, per gli altri prevale il principio di offensività. Perciò le Sezioni unite hanno ritenuto illegale la vendita dello stupefacente anche quando ha una bassa concentrazione di principio attivo. Una decisione che, per le sue implicazioni sulla filiera creata dopo le aperture previste dalla legge 242/2016, aveva sollevato clamore a fine maggio, quando era stata presa. Ieri sono state depositate le motivazioni, scritte nelle 19 pagine della sentenza 30475/2019.

La cannabis light è illegale

Ed è quindi caduta l’interpretazione fornita dalle ditte di produzione e di vendita del prodotto, che dopo la sentenza avevano detto che non avrebbe chiuso i negozi. La pronuncia chiarisce che esiste una sola possibile eccezione: il caso in cui il contenuto di principio attivo sia talmente irrilevante da non produrre alcun concreto effetto drogante. Questo proprio in virtù del principio di offensività, che impone al giudice di verificare sempre sul caso concreto.  Da oggi quindi ciò che occorre verificare non è la percentuale di principio attivo (al momento fissata fino a un massimo di 0,6% diThc) mal’idoneità «in concreto» a produrre un «effetto drogante». Tuttavia le motivazioni dei supremi giudici non chiariscono del tutto i dubbi di esercenti, produttori, consumatori e associazioni di categoria.

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Il business della cannabis light (Il Messaggero, 12 luglio 2019)

Questo significa costringere alla chiusura centinaia (Salvini dice mille) esercizi commerciali che operano in tutto il Paese (e non risolvere il problema della coltivazione della cannabis light che rimarrebbe in ogni caso legale ed è legale in Europa).

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La cannabis legale (Corriere della Sera, 20 maggio 2017)

Si tratta di un giro d’affari non di poco conto visto che nel 2017 – a pochi mesi dall’approvazione della legge – era stato calcolato valesse 44 milioni di euro l’anno e circa un migliaio di posti di lavoro. Ad agosto dello scorso anno Coldiretti parlava di un boom del settore che era passato 950 ettari coltivati nel 2013 a 5mila, con la Lombardia è la prima regione con 152 ettari e le aziende attive in totale sono circa un migliaio. Potenzialmente la coltivazione della cannabis in Italia potrebbe generare un giro d’affari da 1,4 miliardi e garantire almeno 10mila posti di lavoro.

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