Economia

Trenta miliardi di buone ragioni per far cadere il governo Lega-M5S

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Ci sono 23 miliardi di clausole di salvaguardia per l’IVA da annullare in qualche modo. E un costo generale da 38 miliardi per l’intera intesa con l’Unione Europea. Ma, spiega oggi Gianni Dragoni sul Sole 24 Ore, non sono l’unica incognita che pende sulle prospettive della finanza pubblica prossima ventura, appese a una stima di crescita che anche dopo la revisione punta all’1,1% per il 2020, a 600 milioni di entrata da una web tax ancora tutta da costruire dopo il tentativo fallito dell’anno scorso e ad altre entrate incerte come quelle da dismissioni (150 milioni nel 2020 dopo i 950 messi a bilancio per il 2019). Con questi interrogativi, e con i 2-3 miliardi di rifinanziamenti per spese obbligatorie che accompagnano ogni manovra, è facile prevedere che la legge di bilancio del prossimo autunno partirà con un’ipoteca vicina ai 30 miliardi di euro, da trovare ancor prima di mettere in programma qualsiasi misura discrezionale di spesa.

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Le clausole IVA negli ultimi anni (Il Sole 24 Ore, 21 dicembre 2018)

Sic stantibus rebus, chi si troverà a Palazzo Chigi il prossimo anno si troverà nella necessità di varare una manovra-monstre. Ma c’è di più, spiega ancora il quotidiano:

Il “pareggio sulla carta” messo in programma negli anni scorsi ha permesso infatti ai vari governi di finanziare in deficit la parte maggioritaria dei mancati aumenti Iva, contrattando con Bruxelles margini di “flessibilità”. I conti riassunti ieri dal Centro studi Confindustria mostrano che il governo Renzi ha usato il deficit per disinnescare il 100% delle clausole Iva 2015, l’86% del rischio aumenti 2016 e di nuovo il 100% delle salvaguardie 2017. Quelle di quest’anno, con più mosse di Renzi prima e Gentiloni poi, sono state evitate per il 56% in deficit e per il 44% con coperture alternative. Ma se il saldo strutturale resta lontano dal pareggio, l’idea di avviare con la Ue una nuova trattativa per spuntare più disavanzo si complica. Perché il terreno è coperto da spese già messe a bilancio, a partire da quella per quota 100 che nel 2020 raddoppia a 8 miliardi dai 4 del 2019.

L’altra incognita arriva dalla crescita, che nel nuovo quadro macro scritto dal governo non sembra soffrire troppo degli aumenti Iva in programma. Nonostante i 23 miliardi di Iva in più, nel 2020 i consumi privati dovrebbero crescere dello 0,8%, proprio come l’anno prossimo quando l’Iva sarà piatta. E nel 2021, quando i miliardi di Iva in più diventano 29, il ritmo dei consumi aumenta all’1%. C’è anche questa previsione alla base della crescita dell’1,1% nel 2020 e dell’1% nel 2021, un ritmo da mantenere per non dover rifare per l’ennesima volta i conti.

Insomma, ce n’è abbastanza per pensare che il prossimo anno ci saranno 30 miliardi di buone ragione per mollare Palazzo Chigi. La poltrona scotta.

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