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Bolsonaro e il Brasile di ieri e di oggi

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Per comprendere un poco meglio e anche in maniera più approfondita quello che sta succedendo in Brasile, è necessario partire da una dichiarazione rilasciata a Maria Celina e a Celso Castro della Fondazione Getulio Vargas da uno degli ultimi generali, che governarono il Brasile nel periodo della dittatura: Ernesto Geisel. Nel corso di questa intervista il generale portava alla luce alcuni aspetti ancor oggi decisivi relativi alla società brasiliana e al suo rapporto con le forze armate. In buona sostanza Geisel spiegava, nel 1993, dunque a meno di dieci anni dalla fine della dittatura, come i militari dovessero stare del tutto fuori dalla politica «partidária». Detto altrimenti: terminata l’esperienza al potere, non dovevano, in alcun modo, occuparsi della cosa pubblica, ché non sarebbe stato più affar loro. Questo perché, continuava l’anziano generale, le forze armate devono sempre e solo tenersi pronte «per poter fare la guerra», aggiungendo, parimenti – postilla di non poco interesse – come in realtà fossero gli stessi civili, in ogni tempo, a battere alla porta dei militari, chiedendo una “interferenza” di questi nella politica.

 

sergio moro falcone
Sergio Moro

 

Bolsonaro e il Brasile di ieri e di oggi

Adesso, vien fatto di chiedersi, perché queste parole di Ernesto Geisel suonano tanto importanti nel tentativo di comprendere la regressione del Brasile odierno, impersonata da un vecchio attrezzo della politica, ma spacciato per nuovo, come Jair Bolsonaro? Perché, di fatto, in Brasile è mancato un vero processo di auto-riflessione, complessiva e collettiva, sui due decenni di dittatura, risoltisi in un “libera tutti” e in un processo di transizione, che, quantomeno sul piano simbolico, hanno posto torturati e torturatori sullo stesso piano al fine di dare una parvenza di pacificazione ad un Paese tutt’altro che pacificato. Non a caso, lo stesso Geisel ricordava come, già nel 1993, vi fossero persone che dichiaravano: «Dobbiamo fare un golpe! Dobbiamo togliere di mezzo il Presidente! Dobbiamo tornare alla dittatura militare!». Tra queste persone Geisel citava anche Bolsonaro, già capitano dell’esercito e che era stato eletto deputato federale: «Ma non si tratta solo di Bolsonaro. Vi è molta gente, civili, che stanno pensando in questo modo. In quanti vengono a parlare con me e a tediarmi con questa storia: “Quando l’esercito farà il golpe? Lei deve fare qualcosa, c’è bisogno che torniate al potere!»”». Geisel, con espressione icastica, definiva tali persone col termine di ‘Vivandeiras’. Le Vivandeiras, durante la Guerra del Paraguay, furono quelle donne che accompagnavano l’esercito; alcune solo per lavare le uniformi, altre, piacendogli stare sempre nelle vicinanze delle truppe, facevano anche più di questo. Le Vivandeiras, come ha giustamente osservato Joaquim de Carvalho in un suo articolo pubblicato su Diario do Centro do Mundo, rappresentano attualmente la base dell’elettorato bolsonarista, che va dalla piccola classe media, negli ultimi anni sempre più vicina a scivolare di nuovo nella povertà, alle classi povere tout-court, diciamo, sino ad arrivare a chi vive in un vero e proprio stato di miseria. Si tratta di un tipo di elettorato altamente fluttuante, di bassa o nulla cultura, che ha votato Bolsonaro spinto da una martellante campagna mass-mediatica, che, con la scusa della corruzione, ha finito per travolgere non solo i partiti tradizionali (di cui peraltro il Partito Social-Liberale di Bolsonaro fa a pieno titolo parte), ma la stessa idea di politica, aprendo, di fatto, lo spazio per quella anti-politica, o politica anti-sistema che dir si voglia, di cui Bolsonaro, nell’agone da ben ventotto anni, ha saputo farsi scaltramente interprete. Il tutto nel mezzo di una crisi economica, che ormai va avanti da più di quattro anni e che ha eroso definitivamente ogni minimo elemento di fiducia da parte degli elettori nei confronti, non solo e non tanto, della politica, ma, più in generale, del ‘politico’ inteso come fondamentale elemento di civiltà.

 

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Purtroppo, nei momenti di crisi profonda un passato che non passa – come è il caso dei venti anni di dittatura militare; dittatura, che, in un delirio di revisionismo storiografico l’attuale Presidente del Supremo Tribunale Federale (potere amorfo, che, di fatto, opera tanto sul piano giudiziario quanto su quello politico con le conseguenze che è possibile immaginare), Dias Toffoli, è arrivato a definire «movimento del 1964» – è inevitabilmente destinato a riproporsi. E – sempre purtroppo – a queste latitudini capita che, quando non si sa più che pesci pigliare, ecco che dal cappello magico escono fuori i militari, fossero anche ex- e i peggiori, come è il caso di Bolsonaro. Va anche detto che il caos politico, che ha partorito l’elezione di Bolsonaro, è direttamente figlia di una inchiesta giudiziaria, la Lava Jato, che ha letteralmente azzerato la politica e preparato il terreno all’antipolitica in salsa brasiliana della triade Bolsonaro-Guedes-Mourão cui, manco a farlo apposta, si è aggiunto il giudice simbolo della stessa Lava Jato, Sérgio Moro, nominato Ministro della Giustizia, creando un corto-circuito tra esercizio della legge e sua amministrazione, di cui, credo, non vi siano precedenti in nessun altro Paese al mondo. Questo sia detto, qualora qualcuno ancora pensasse che davvero la Lava Jato sia animata da un sincero afflato di lotta alla corruzione e non rappresenti, al contrario, l’ennesimo esempio storico di uso politico della giustizia. Tornando a Geisel, nel corso di questa intervista, si diceva fiducioso che lo sviluppo del Brasile avrebbe, nel corso del tempo, fatto diminuire la relazione tra politica e militari: «Al presente, chi sono i militari al Congresso?

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Non contiamo Bolsonaro, perché Bolsonaro è un caso completamente fuori dalla normalità, fra l’altro un pessimo militare». Purtroppo, comparate con quanto sta accadendo oggi, troppo rosee sembrano essere state le previsioni di Geisel, dal momento che la maggioranza dei brasiliani, in continuità con la propria storia, ha ancora una volta scelto la via militare per uscire dall’attuale crisi: un ex-capitano dell’esercito come Presidente della Repubblica, un generale della reserva come vice, il generale Fernando Azevedo e Silva Ministro della Difesa, il generale Oswaldo Ferreira, che, prima indicato come futuro Ministro delle Infrastrutture, pochi giorni fa ha dichiarato che non intende far parte del governo, ma preferirebbe essere un non meglio precisato collaboratore del presidente eletto, ancora, il generale Aléssio Ribeiro Souto, alla testa di un gruppo che dovrebbe elaborare proposte per il Ministero dell’Educazione e che ritiene che occorra rivedere i contenuti e le bibliografie usate nelle scuole, al fine, per esempio, di presentare la “verità” con riferimento al «regime» del 1964, narrando come vi furono morti da «entrambe le parti»; e per finire il tenente-colonnello dell’Aeronautica, nonché astronauta, Marcos Pontes indicato da Bolsonaro come Ministro della Scienza e della Tecnologia. Sic stantibus rebus, non credo ci sia da preoccuparsi di un eventuale ritorno dei militari al potere, visto che ci sono già. Tutto sta a intendersi sui termini di una tale questione. Altrimenti detto: non è più epoca di tanques per le strade, né di torture messe in atto in qualche scantinato di una base militare, lo svuotamento della democrazia brasiliana passa, in primo luogo, da un patto d’acciaio tra gli ambienti più reazionari del potere militare e quelli del potere giudiziario, aventi di mira l’instaurazione, di fatto, di uno Stato autoritario, secondo gli stilemi classici che la storia latino-americana, anche recente (si veda il Venezuela), offre. Sapremo presto se gli argini costituzionali, le forze progressiste, il cui ritardo ideologico in molti casi preoccupa, e i rappresentanti delle varie élites brasiliane non allineati al blocco sociale pro-Bolsonaro, specie all’interno del potere giudiziario, sapranno fare fronte alla presente deriva montante.

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