Economia

Una cannabis da bere

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Corona contro Coca Cola sul fronte della cannabis canadese. Dopo che a giugno con 52 voti contro 20 il Senato di Ottawa ha approvato un Cannabis Act che fa del Canada il secondo Paese al mondo a legalizzare la marijuana a scopo ricreativo dopo l’Uruguay  – e il primo tra i membri del G7 – il 18 ottobre è il giorno in cui la legge entrerà pienamente in vigore. E ad animare la grande aspettativa in Borsa sono state appunto la sfida tra la “cerveza” messicana e il soft drink di Atlanta. 54 imprese sono catalogate in quell’indice del cannabis in Canada di Bloomberg che ha aumentato di valore 35 volte tra 2015 e 2017. Ma la vetta appartiene a Constellation Brands: gigante degli alcolici Usa che possiede tra l’altro la famosa marca che, assicurano i gourmet, sarebbe l’unica birra da prendere direttamente alla bottiglia, con una fettina di limone infilata nel collo della bottiglia stessa. Nel 2017 ha infatti acquistato il 10% di Canopy Growth: una delle società che si contendono il primato del mercato canadese dei derivati della cannabis. E a metà dello scorso agosto ha rilevato un altro 38%, al prezzo di 3,4 miliardi di euro, portando per il contraccolpo Canopy al primo posto. Fondata nel 2014, con sede a Smith Falls nell’Ontario, Canopy dichiarava a febbraio un capitale da 615 milioni di dollari.

Una cannabis da bere

Ma Aurora, sua grande rivale, non è stata a guardare. Il 17 settembre, giusto un mese prima del giorno fatidico, la Coca Cola ha annunciato che farà una bevanda alla cannabis. In qualche modo, sarebbe quasi un ritorno alle origini. La Coca Cola era nata nel 1886 come plagio non alcolico del Vin Mariani: un vino alla coca creato nel 1863 da un farmacista corso, e che aveva avuto un grande successo mondiale, apprezzata perfino in Vaticano. Negli Usa aveva avuto però problemi per via dell’ostilità del movimento anti-alcool, e così un farmacista di Atlanta ne creò una variante non alcolica. Poi all’inizio del ‘900 la coca iniziò a essere vietata e così anche il Vin Mariani, mentre la Coca Cola sostituì l’ingrediente originale con foglie di coca private della sostanza allucinogena in uno stabilimento sotto controllo federale. La partner della Coca Cola nell’operazione sarebbe proprio la Aurora: fondata nel 2013, sede a Edmonton nell’Alberta, un capitale che nel 2017 era di 219 milioni.

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Ma in campo c’è pure Cronos Group: fondato nel 2012, sede a Toronto nell’Ontario, un capitale che nel 2018 era di 106,78 milioni. E il 27 febbraio aveva cercato di giocare in anticipo quotandosi per prima in Borsa a New York, anche se non a Wall Street ma al Nasdaq. Curiosamente, nella nota con cui si è presentata ai risparmiatori statunitensi la prima cosa che ha avuto cura di spiegare è stata che “la società non è coinvolta in nessun tipo di attività connessa alla marijuana all’interno del territorio degli Stati Uniti”. Attualmente infatti il suo principale mercato è la Germania, dove vende prodotti a base di canapa indiana essenzialmente a scopo medicinale. La produzione è invece in Canada, ma si sta espandendo in Australia e in Israele, e anche su questo aspetto punterebbe ad impiantarsi negli Stati Uniti. Aspetta però che il quadro legale si stabilizzi. Al momento la canapa indiana è autorizzata a fini “ricreativi” in nove dei 50 Stati Uniti, e a fini medici in altri 29. A riprova del momento di effervescenza del settore, a Las Vegas è partito un Cannabition Cannabis Museum che viene presentato come “interattivo”, anche se tecnicamente in Nevada il consumo pubblico dei derivati della canapa indiana è ancora proibito: 15 mesi fa è stato autorizzato solo l’uso ricreativo in privato.

Le peripezie della Cannabis di Stato

Quasi in contemporanea arriva la notizia che la Corte Costituzionale del Sudafrica ha a sua volta depenalizzato “l’uso e il possesso di cannabis da parte di un adulto, per il consumo in privato”, rendendone legale anche la coltivazione. Ed è un altro mercato che si apre, anche se ci vorranno un paio di anni prima che la legge relativa sia approntata. Secondo uno studio a firma degli analisti della banca Cowen & Co, il mercato mondiale della marijuana legale era di 6 miliardi di dollari nel 2016, ma potrebbe arrivare a 50 miliardi. Solo in Canada varrebbe 25 miliardi di dollari: il 50% dell’oro, di cui il Canada è secondo produttore mondiale. Ma non tutto e ganja quello che luce. Se infatti una delle storiche motivazioni addotte dal movimento antiproibizionista è quella di ridurre la criminalità che gira attorno al commercio della droga illegale, cattive notizie arrivano allora da due Paesi pionieri come l’Uruguay e i Paesi Bassi. L’Uruguay, in particolare, fu il primo paese a fare una legge per legalizzare la produzione, distribuzione e consumo di cannabis, il 10 dicembre del 2013 l’Uruguay. Ma solo nel 2017 è arrivata effettivamente l’autorizzazione a 16 farmacie per vendere a 5000 consumatori registrati, e i proprietari hanno avuto problemi finanziari per via delle normative internazionali contro il narcotraffico, che hanno obbligato le banche a chiudere i loro conti. Così quattro farmacie si sono tirate indietro e ne sono rimaste solo 12, anche se la lista dei consumatori registrati è salita a 23.000 persone. La legge nel frattempo è stata accettata dalla popolazione, con la proporzione di contrari che è scesa dal 70 al 41%, contro un 44% di favorevoli.

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(fonte)

Però la domanda finisce per eccedere l’offerta: la quantità di marijuana in teoria permessa non permetterebbe di rifornire più di 8333 persone, e quella effettivamente prodotta basta per non più di 2500. Il risultato di questo modello di “cannabis di Stato” è che da una parte ci sono code interminabili per l’acquisto. Dall’altra malgrado le intenzioni la gran parte del mercato resta in mano ai narcos, che inoltre offrono un prodotto più economico: 2 euro all’etto, contro i 6 dell’offerta legale. E gli indici di criminalità stanno aumentando, anche se sono ancora lontani da certi livelli della regione. 8,1 omicidi per 100.000 persone sono oltre un terzo in più rispetto al 5,6 della vicina Argentina e più di 13 volte la media italiana, ma un quarto rispetto al 30,3 del Brasile e un decimo rispetto agli 89 del Venezuela. Rispetto alla cannabis libera del Canada e di alcuni Stati Usa o alla cannabis di Stato dell’Uruguay il modello olandese è quello della vendita consentita nei cosiddetti coffe shop e della politica di “Ahoy”, dalle iniziali in olandese delle quattro cose per cui si finisce comunque in galera: fare pubblicità alle droghe leggere, venderle ai minori di 16 anni, dare fastidio al prossimo dopo averle fumate, fare uso di droghe pesanti. Ma lo scorso marzo è stato il principale sindacato di polizia dei Paesi Bassi a lanciare un allarme sul drugsstaat, lo “Stato narco”. Secondo i poliziotti, alla fine l’Ahoy avrebbe alimentato un disinteresse della politica in cui si starebbe inserendo la grande criminalità.

Foto di copertina via

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