Economia

ATAC: perché gli autobus di Roma sono a rischio stop

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Il servizio di trasporto pubblico di Roma Capitale è a rischio revoca. ATAC potrebbe vedersi ritirata la concessione, come ha avvertito la Motorizzazione di Roma (in capo al ministero dei Trasporti) se non torna a essere iscritta al Registro Elettronico Nazionale entro il 30 maggio con le garanzie finanziarie necessarie. Che oggi mancano a causa della situazione tragica dei conti e della procedura di concordato voluta dall’amministrazione di Virginia Raggi.

L’ATAC a rischio stop

Per ottenere l’iscrizione al Registro servono infatti le garanzie finanziarie che al momento non si trovano nella pancia di ATAC. In alternativa, il Campidoglio, per conto della sua controllata, dovrebbe presentare una fideiussione bancaria da 10 milioni di euro. Finora, però, il giro presso le banche non ha prodotto alcun tipo di risposta. Anche perché gli istituti di credito non possono prestare soldi a un’azienda che è in questo momento in tribunale perché non riesce a restituire i soldi ai creditori. Fonti del Mit spiegano che “se il concordato va in porto il problema dell’iscrizione al Ren è risolto”. La lettera del Mit è stata inviata dopo una proroga di sei mesi dell’iscrizione di Atac al Registro elettronico nazionale. Scaduto questo periodo, il Ministero ha informato “della possibilità di presentare gli atti e i documenti necessari entro i prossimi due mesi, quindi altri 60 giorni, al fine di mantenere l’iscrizione al Registro, necessaria per l’esercizio delle imprese di trasporto. Immotivato quindi qualsiasi allarme di interruzione del servizio“, precisano dal Dicastero.

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Il tribunale fallimentare e il concordato ATAC (Corriere della Sera, 24 marzo 2018)

Per riannodare i fili della vicenda bisogna fare un passo indietro. All’epoca della richiesta di concordato preventivo il Campidoglio ha prolungato il contratto di servizio di ATAC fino al 2021, dribblando la gara in programma per il dicembre 2019. Il prolungamento del contratto di servizio era una delle condizioni necessarie (ma non sufficiente) per fornire al tribunale di Roma un piano che prevedesse un credibile soddisfacimento dei creditori, altrimenti per la municipalizzata dei trasporti romana si sarebbe presto aperta la strada del fallimento. Il tribunale però ha dichiarato inidoneo il concordato preventivo presentato da ATAC alla fine di marzo. Illuminanti all’epoca i giudizi del pubblico ministero: «La proposta formulata pone problemi di legalità e non dà sufficienti garanzie sulla fattibilità del piano. In particolare, l’attestazione risulta carente o del tutto insufficiente». A pagina 3 del decreto, il tribunale fallimentare parla di profili di possibile inammissibilità riferendosi al concordato presentato dalla municipalizzata; a pagina 4 il tribunale definisce “non conforme a legge” il rimborso dei crediti postergati e quelli chirografari insieme. In questa situazione, il tribunale ha convocato per il 30 maggio l’azienda per fornire una risposta ai tanti rilievi fatti dal tribunale al concordato.

Il 30 maggio si decidono i destini di ATAC

Ecco perché la data, che è anche quella della scadenza della proroga concessa dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, diventa adesso decisiva. Quel giorno l’azienda dovrà convincere i giudici del tribunale fallimentare che la loro proposta di concordato ha superato tutte le problematiche indicate nel provvedimento della sezione fallimentare. Se ci riuscirà, sarà poi facile risolvere il problema della fidejussione: già si pensa a una garanzia temporanea che potrebbero presentare le Assicurazioni di Roma, di proprietà del Campidoglio. Ma ci sono anche altre strade da percorrere per uscire dall’impasse.

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ATAC, il concordato preventivo

La municipalizzata ha chiuso il 2016 con ricavi pari a 827 milioni di euro e un valore della produzione totale di 932 milioni. Rispetto a questo dato, garantito per la quasi totalità dal contratto di servizio del Comune (i ricavi dalla vendita di titoli di viaggio valgono appena 379 milioni di euro), i costi del personale hanno raggiunto i 538 milioni di euro, e il risultato operativo è in perdita di 201 milioni. Il tribunale ha respinto la prima proposta di concordato definendo il programma di risanamento «delineato solo nei contorni, senza alcun concreto riferimento alla effettiva modalità del suo compimento, ovvero senza alcun elemento cui riferirsi per un accertamento logico prognostico della validità dello strumento indicato».

12 milioni di euro ai consulenti per ATAC

La parte più amaramente umoristica della vicenda è che il Campidoglio ha dato l’ok a un piano approntato dai consulenti chiamati da Paolo Simioni, amministratore unico di ATAC, e dalla Giunta Raggi, remunerati con compensi che, fatti tutti i conti, arrivano alla incredibile cifra di dodici milioni di euro. Il tutto per farsi alla fine bocciare il piano con richiami proprio all’attestazione di crediti e debiti, considerata dai giudici malfatta quando non addirittura tecnicamente carente. L’unica possibilità di rinascita per l’azienda, spiega oggi Repubblica Roma, è legata alla disponibilità politica di continuare a immettere soldi nelle sue tasche. Non potrebbe essere altrimenti rispetto a un debito accumulato di 1,3 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto ai ricavi, all’interno del quale il debito nei confronti degli istituti di credito ha raggiunto i 182 milioni.

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Nel frattempo, con una delibera di giunta il Campidoglio ha approvato la proroga dell’affidamento del servizio in house dal 2019 al 2021. Senza la proroga ATAC non sarebbe mai stata ammessa al concordato. Ora il destino dell’azienda è in mano ai giudici. Che sono già stati molto chiari nel decreto sul ricorso riguardo la domanda ex art. 161 sul concordato preventivo. E il 30 maggio hanno dato l’ennesimo ultimatum all’azienda e al Comune. Se le controdeduzioni di ATAC non dovessero soddisfare il tribunale l’azienda si avvierebbe verso il fallimento. A meno che un governo amico, nel frattempo arrivato a Palazzo Chigi, non intervenga d’urgenza per salvare tutti. Compresa la Giunta Raggi.