Fact checking

Come un complottista d'America rischia di pagare un milione di dollari di danni

@Giovanni Drogo|

alex jones sandy hook causa diffamazione genitori - 1

Chissà se anche questa volta Alex Jones si difenderà dicendo che “Alex Jones” – il divulgatore di teorie del complotto sugli attentati e sul Nuovo Ordine Mondiale – è solo un personaggio di fantasia. Qualche tempo fa infatti il più grande esperto di false flag, autore del sito InfoWars nonché conduttore radiofonico, si era difeso dalle accuse della ex moglie che diceva che il suo “lavoro” di divulgazione di conspiracy theories  metteva a repentaglio l’incolumità dei figli dicendo che “Alex Jones” era un suo alter ego creato ad uso e consumo del pubblico e che non esisteva nella realtà. Questa volta però l’accusa è di diffamazione e a sporgere denuncia sono stati i parenti delle vittime della strage alla scuola Sandy Hook.

La causa dei parenti delle vittime di Sandy Hook contro Alex Jones

Era il 14 dicembre 2012 quando Adam Lanza aprì il fuoco su studenti e insegnanti della scuola elementari Sandy Hook a Newtown nello stato del Connecticut. Morirono 27 persone, venti delle quali erano bambini di età compresa tra i 6 e 7 anni. Secondo le famiglie delle vittime Jones all’epoca scrisse – come scrive sempre – che l’attentato era un false flag organizzato (come sempre) da alcune agenzie governative per spingere l’opinione pubblica a chiedere leggi più restrittive sulla vendita delle armi da fuoco. Per spiegare il false flag Jones ha fatto ricorso alla nozione di crisis actor ovvero dicendo che alla Sandy Hook non era in realtà morto nessuno e che tutti i “partenti delle vittime” erano degli attori che recitavano un copione scritto dal governo. Se avete già sentito questa storia non è un déjà-vu: è esattamente lo stesso schema argomentativo che i complottisti (anche quelli italiani) ripetono ad ogni attentato. Alex Jones in un video suggerisce che i genitori delle vittime siano quindi attori pagati.

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Secondo Jones invece non c’è alcuna prova che lui abbia mai sostenuto che la strage di Sandy Hook non era mai avvenuta o che nessuno era morto. In un video pubblicato ieri Jones sostiene di non aver mai detto che “nessuno è morto” e che le sue affermazioni devono essere considerate all’interno del loro contesto. Nel 2014 però Jones aveva pubblicato su InfoWars un documento che veniva definito come “probante” le teorie dei cospirazionisti. Si trattava di un file del FBI sulle statistiche dei reati a Newtown nel 2012 che indicava in “0” il numero di vittime di omicidi. InfoWars sostenne che quella statistica dava credito alle teorie di chi diceva che si trattava di un false flag senza però dire che la titolarità dell’indagine sulla strage non era del FBI ma della Connecticut State Police e che quindi per questo non figurava nel report del Bureau.

I complottisti texani arrestati per le molestie ai parenti delle vittime della strage di Sutherland Springs

Secondo Jones il problema di Sandy Hook è stato il fatto che gli addetti stampa del Partito Democratico fossero già pronti a utilizzare la vicenda per sostenere la campagna sul gun control. Jones non è certo l’unico ad aver sollevato dubbi sulla veridicità dei fatti del 2012. L’Internet è pieno di persone che scoprono “prove” del false flag, e che ad esempio trovano le foto dei bambini morti nell’attacco e ci dimostrano che sono ancora vivi e in piena salute.

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Questo continuo stalking nei confronti delle vittime e dei loro parenti non si ferma a Sandy Hook. A inizio marzo Jodi Mann e Robert Ussery, due complottisti che credono ai false flag sono stati arrestati in Texas con l’accusa di molestie nei confronti di Frank Pomeroy, il pastore della congregazione dove sono state uccise 26 persone (tra cui la figlia 14enne di Pomeroy). Secondo la coppia di complottisti a Sutherland Springs non è morto nessuno ed è tutto un false flag organizzato dal Dipartimento della Homeland Security.

Qualche giorno fa Vice ha pubblicato un video dove segue le gesta di alcuni truthers che sono così convinti che “non sia successo nulla” da andare a insultare e fare domande ai parenti delle vittime dicendo loro che i loro figli sono vivi o che li accusano di far parte di una cospirazione. Queste persone non si limitano a disseminare notizie false online ma vanno direttamente a confrontarsi con i familiari delle persone uccise per “dimostrare” che hanno torto.