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L'accordo tra socialisti e Podemos per il governo in Spagna

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L’abbraccio tra Pedro Sánchez e Pablo Iglesias suggella il pre-accordo tra PSOE e Podemos che dopo le elezioni potrebbe portare a un governo di sinistra nella Spagna in cui trionfa Vox (e Salvini esulta dimenticando di essere un fan dei catalani).

Il pre-accordo tra socialisti e Podemos per il governo in Spagna

L’abbraccio però non sarà sufficiente: mancano ancora 21 voti per la maggioranza assoluta del Parlamento. L’intesa preliminare è stata firmata al Congresso suggellando l’alleanza con strette di mani e abbracci, lasciandosi alle spalle le divergenze che nei mesi scorsi li avevano portati a preferire le urne all’alleanza. Il governo che per ora può contare sui 120 seggi del Psoe e i 35 di Podemos avrà bisogno dell’appoggio anche di altre formazioni per avere i 176 deputati sui 350. Ma gli spagnoli hanno già votato quattro volte negli ultimi quattro anni e solo le ultime elezioni sono costate alle casse dello Stato 136 milioni di euro.

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Il nuovo parlamento spagnolo (Il Messaggero, 13 novembre 2019)

Sia Sánchez che Iglesias arrivano all’abbraccio dopo aver subito due (relative) sconfitte elettorali. Il PSOE aveva tenuto duro sul governo con Podemos convinto che alle eventuali elezioni avrebbe guadagnato seggi e invece ne ha persi. Podemos non ha accettato le offerte di ministri dei socialisti convinto di poter spuntare di più e alle elezioni ha perso voti. Ma a quanto pare dovrebbe aver raggiunto il suo obiettivo. Iglesias ha offerto pubblicamente un accordo al PSOE basato sulla proporzionalità tra voti e posti nell’esecutivo (proprio quello che non volevano i socialisti nella scorsa legislatura). L’ha spuntata e sarà il vicepresidente: quell’ostacolo, che veniva considerato invalicabile fino a pochi giorni fa, è stato rimosso in tutta fretta.

La resa dei conti parlamentari

Ora i due dovranno avviare subito una trattativa con altre forze politiche minori, nazionalisti e regionalisti soprattutto, che potrebbe consentire di raggiungere l’obiettivo fallito dopo le politiche del 28 aprile scorso. I conti li fa oggi Repubblica:

 Ai 155 seggi delle due formazioni si potranno sommare i 3 di Más País, la nuova formazione guidata da Iñigo Errejón (ex braccio destro di Pablo Iglesias. Quasi certa anche la disponibilità dei nazionalisti baschi del Pnv (7 seggi), dei nazionalisti galiziani del Bng (1 seggio), della nuova lista locale aragonese Teruel Existe (1 seggio) a cui potranno aggiungere i 2 deputati di Coalición Canaria. In questo modo si raggiungono i 170 seggi, sei meno della maggioranza assoluta.

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La soluzione preferita dal Psoe per risolvere il problema sarebbe quella di coinvolgere i 10 deputati superstiti del tracollo di Ciudadanos. Ma la prima reazione del partito orfano del dimissionario Albert Rivera è stata un secco “no” al patto Sánchez-Iglesias. Se dunque Ciudadanos si dovesse mantenere su questa posizione, andrebbe a ingrossare il fronte dell’opposizione di destra con il Partito Popolare (88 seggi), l’ultradestra di Vox (52) e Navarra Suma (2). In totale 152, molto al di sotto dei 170 del possibile patto di sinistra.

A questo punto diventerebbe fondamentale l’atteggiamento dei partiti indipendentisti. Probabile il “no” di Junts per Catalunya, la formazione di Puigdemont (8 seggi) e dei 2 deputati della Cup, il partito anticapitalista catalano. Restano ancora 18 deputati, i 13 di Erc, Esquerra Republicana de Catalunya, che già in occasione dell’investitura fallita di Sánchez nel luglio scorso si erano astenuti e i 5 baschi di EH Bildu.

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Le ultime tornate elettorali in Spagna (Corriere della Sera, 10 novembre 2019)

I 176 sì (su un totale di 350 deputati) sono comunque la cifra necessaria per l’elezione del presidente solo alla prima votazione. Se non li dovesse ottenere, si andrebbe a un secondo voto, a 48 ore di distanza dal primo, in cui è sufficiente che i “sì” superino i “no”. A quel punto sarebbe sufficiente un’astensione delle forze indipendentiste, utile per l’investitura, ma che non condizionerebbe poi l’azione di governo.

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