Economia

Wirecard: il buco da due miliardi nella Parmalat tedesca

La cifra, che si pensava fosse custodita in due istituti bancari delle Filippine, in realtà non esiste. Si tratta di una colossale frode contabile in quanto la società avrebbe esibito nei bilanci una presunta montagna di liquidità. Arrestato l’a.d. Markus Braun

Stamattina è stato arrestato Markus Braun, l’ex amministratore delegato di Wirecard al centro di uno scandalo che sta scuotendo gli ambienti finanziari tedeschi. Il 19 giugno Braun, conosciuto anche come lo “Steve Jobs” tedesco, si era dimesso dopo che la società fintech aveva rivelato nei suoi conti un ammanco di 1,9 miliardi di euro.

Wirecard: il buco da due miliardi nella società fintech

Questa cifra, che si pensava fosse custodita in due istituti bancari delle Filippine, in realtà non esiste. Si tratta di una colossale frode contabile in quanto la società avrebbe esibito nei bilanci una presunta montagna di liquidità. Le indagini in corso mostrano che “la condotta dell’accusato giustifica il sospetto di una presentazione imprecisa e di una manipolazione del mercato”, ha dichiarato il pubblico ministero di Monaco di Baviera. In Borsa ieri il titolo della Parmalat della Baviera ha continuato a precipitare, perdendo il 44%. Da quando la vicenda è venuta alla luce a causa del rifiuto di Ernest & Young di certificare il bilancio proprio in scia ai dubbi sull’esistenza dei conti asiatici, in Borsa sono stati bruciati oltre 11 miliardi. I titolari del bond da 500 milioni, che scambia al 27% del valore nominale, si leccano le ferite e si preparano a trattare la ristrutturazione del debito, assistiti da One Square e Kirkland & Ellis.

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“Quello a cui stiamo assistendo è un completo disastro, è una vergogna che qualcosa di simile sia accaduto”, ha detto Felix Hufeld il presidente della Bafin, la Consob tedesca. Che ha chiamato in causa il “fallimento” del top management di Wirecard ma anche dei revisori dei conti “che non sono stati in grado di scoprire le verità” come pure di “un’ampia gamma di entità pubbliche e private, inclusa la mia, che non sono state efficaci abbastanza per impedire che qualcosa di simile accadesse”. Un mea culpa tardivo: lo scorso anno la Bafin denunciò due giornalisti del Financial Times che avevano messo in dubbio alcune pratiche contabili della società. Nell’annunciare la “prevalente probabilità” che i soldi non ci siano, Wirecard ha anche provveduto a ritirare i risultati 2019, quelli del primo trimestre 2020 nonché le previsioni per l’anno in corso, non escludendo altresì “potenziali effetti” sui bilanci precedenti. Moody’s, dal canto suo, le ha tolto tutti i rating: le informazioni per valutarla, ha spiegato, sono “insufficienti o comunque inadeguate”. Il destino della società fondata da Markus Braun, travolto dallo scandalo e costretto alle dimissioni venerdì, è ora quanto mai incerto. La quindicina di banche con cui la società ha in essere prestiti per circa 2 miliardi hanno titolo per chiedere la restituzione del denaro e pretendono chiarezza per negoziare l’estensione dei prestiti. Una di esse, la Bank of China, secondo Bloomberg, starebbe valutando di farsi restituire i suoi 80 milioni. Wirecard, che ha assunto Houlihan Lokey per individuare una “strategia finanziaria sostenibile”, parla di “trattative costruttive”. E prepara a una cura  lacrime e sangue  per evitare il default, dicendosi pronta a tagliare costi e vendere asset.

Wirecard e l’arresto di Markus Braun

Venerdì, due banche filippine – BDO e Bank of the Philippine Islands – hanno dichiarato che Wirecard non era un loro cliente e che i documenti che lo affermavano erano stati falsificati. Per questo la scorsa settimana i revisori dei conti si sono rifiutati di certificare i rendiconti finanziari annuali di Wirecard, dopo che le conferme di bilancio sono risultate errate. La mossa ha consentito agli istituti finanziari che avevano concesso prestiti a Wirecard di ritirarli. La società al suo debutto si occupava di transazioni per l’industria del porno e dei giochi online prima di diventare un tesoro della Borsa di Francoforte. Di base vicino a Monaco dalla sua nascita nel 1999, Wirecard garantisce pagamenti per transazioni effettuate online da società – dalle compagnie aeree alle agenzie di viaggio passando per le farmacie online ecc. – incassando nel processo un premio per il rischio. Sia che i consumatori paghino tramite smartphone, sia con carta di credito o PayPal, Wirecard è dietro le quinte per assicurare aziende e commercianti che saranno pagati. La società sostiene di avere oltre 300.000 aziende come clienti in tutto il mondo e accordi stipulati con i giganti cinesi dei pagamenti su mobile Alipay e WeChat, dopo quelli con Apple e Google che hanno aperto immense prospettive nel settore della vendita al dettaglio.

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Quando Wirecard è stata promossa all’indice delle blue-chip tedesco Dax nel 2018 ha scalzato il ‘dinosauro’ Commerzbank. All’inizio del 2019, la societa’ ha quindi mostrato una capitalizzazione di mercato di 17 miliardi di euro, paragonabile a quella di Deutsche Bank ma con un numero di dipendenti e fatturato 15 volte inferiore. Il vento ha iniziato a girare nel gennaio 2019 dopo le rivelazioni del Financial Times su sospette pratiche illecite in Asia. Come sono scomparsi 1,9 miliardi di euro su un conto nel bilancio di Wirecard? Un uomo chiave potrebbe svelare il mistero di questo ‘thriller’ finanziario: l’avvocato d’affari Mark Tolentino che, secondo la stampa tedesca, ha operato fino a oggi come agente fiduciario per conto di Wirecard all’interno del centro finanziario filippino di Makati City. Ma da quando è scoppiato lo scandalo Tolentino è scomparso e il suo sito non si trova più online.

Foto copertina da: Flickr

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