Economia

I voucher cambiano per evitare il referendum sul Jobs Act

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Un abbassamento dei tetti e un aumento dei controlli e delle sanzioni. Per la stretta sui voucher il governo è pronto a intervenire sui ticket da dieci euro lordi diventati il simbolo della nuova precarietà prima che sia il voto nel referendum sul Jobs Act a bocciare tutto. Ufficialmente si attende il monitoraggio sulla tracciabilità dei ticket che l’INPS ha intenzione di pubblicare per gennaio e soprattutto si aspetta la decisione della Consulta dell’11 gennaio. Il governo pensa che dei tre quesiti proposti dalla CGIL passerà alla fine solo quello che riguarda i voucher: in quest’ottica prepara allora un intervento che eviterebbe le urne. Spiega oggi Repubblica:

Si vedrà come. Riportando il tetto massimo di introiti per il lavoratore a 5 mila euro (da 7 mila) o più basso. Inasprendo i controlli mirati, per stanare i datori che rimpiazzano i contratti con i buoni. Aumentando le sanzioni pecuniarie. Soluzioni tutte plausibili, ma bifronti (rischio impennata del nero) se non ben calibrate. La fine della mobilità — prevista dalla Fornero e confermata dal Jobs Act — viene vista con allarme dai sindacati. La Uil calcola in 185 mila i lavoratori attualmente in mobilità che nel 2017 non entreranno nella lista speciale che da 25 anni consente ricollocazioni agevolate. Insieme allo strumento, spariscono infatti pure gli sconti contributivi riservati alle imprese che assumono lavoratori in mobilità.
Cosa ne sarà di loro? «Riceveranno la Naspi, più generosa nella maggioranza dei casi della mobilità», assicura Stefano Sacchi, presidente Inapp, l’ex Isfol. «Le aziende poi risparmieranno sul costo del lavoro, perché non dovranno più versare lo 0,30% per la mobilità, circa 600 milioni». Ma «alle imprese a quel punto converrà licenziare sempre, così risparmiano pure sul ticket per la cassa integrazione, nel frattempo raddoppiato: è un meccanismo infernale», avverte Guglielmo Loy, segretario confederale Uil. Ci sarebbe l’assegno di ricollocazione che scatta dopo quattro mesi di Naspi. «Le prime 30 mila lettere partiranno a gennaio», conferma Maurizio Del Conte, presidente dell’Anpal, l’agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro. «Entro il 2017 puntiamo a contattare tutti i lavoratori — circa 900 mila — con i requisiti. Le politiche attive sono l’unico modo per scongiurare impatti negativi dalla fine della mobilità».

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Voucher, cosa cambia (La Repubblica 27 dicembre 2016)

Tutti danno per scontato che tra poco meno di un mese la Consulta darà il via libera ai tre quesiti referendari, a quel punto Poletti e Gentiloni si troveranno di fronte ad un bivio; da una parte la soluzione più semplice e già tracciata dal Ministro del Lavoro: accettare che si andrà a votare sul Jobs Act e quindi far approvare quanto prima la nuova legge elettorale per andare al voto in primavera e quindi far slittare di un anno il referendum abrogativo che rischierebbe di trasformarsi in un ennesima chiamata alle armi delle opposizioni per abbattere una volta per tutte Renzi. L’alternativa è quella di mettere mano al Jobs Act per ritoccarlo in quelle parti oggetto del referendum in modo da evitare che gli italiani vengano chiamati alle urne per esprimersi su uno dei punti cardine dell’azione di governo di Matteo Renzi. È una strada perfettamente percorribile che però presenta più di qualche problema in primis l’indisponibilità di Poletti di andare a smantellare alcuni aspetti fondamentali del Jobs Act come ad esempio l’abolizione dell’articolo 18 o i voucher. Per Poletti e Gentiloni sarebbe un po’ come rinnegare uno dei leit motiv della narrativa renziana, la vulgata che vuole che il Jobs Act sia in grado di far ripartire il Paese.
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La corsa dei voucher (La Repubblica, 27 dicembre 2016)

Teoricamente i voucher avrebbero dovuto servire per consentire l’emersione del lavoro nero. Ma è accaduto esattamente l’opposto, ovvero i ticket vengono utilizzati per nascondere il lavoro nero. A dirlo non è solo la CGIL ma anche il presidente della Commissione Lavoro della Camera Cesare Damiano e il presidente dell’INPS Tito Boeri che ha definito i voucher la nuova frontiera del precariato. Tradotto in parole povere il problema relativo ai voucher è questo: il datore di lavoro segna un’ora pagata con i voucher lavoro ma è possibile che il lavoratore (tutt’altro che occasionale) di ore effettive ne abbia lavorate molte di più. Poi, quando scattano i controlli a campione o, nella peggiore delle ipotesi, si verifica un incidente sul lavoro il datore di lavoro prontamente compila anche i voucher per coprire le ore restanti in modo da risultare in regola con i contributi. Sulla modifica della normativa relativa ai voucher e al pagamento del lavoro accessorio anche Cesare Damiano ieri si è detto possibilista, spiegando che è necessario limitarne l’uso, magari tornando alla Legge Biagi. Damiano lo diceva già qualche tempo fa:

le prestazioni di lavoro accessorio devono tornare ad essere attività lavorative di natura meramente occasionale, rese da soggetti a rischio di esclusione sociale o comunque non ancora entrati nel mercato del lavoro. Biagi elencava le tipologie: piccoli lavori domestici, assistenza domiciliare a bambini o persone anziane ammalate o con handicap. E ancora: l’insegnamento privato supplementare, piccoli lavori di giardinaggio, nonché di pulizia e manutenzione di edifici e monumenti, e così via. Lo spirito della legge Biagi è stato profondamente cambiato. Così l’idea di far emergere quote di lavoro nero si è trasformata esattamente nel suo contrario.

Il problema infatti è che mentre la Legge Biagi prevedeva che i voucher potessero essere utilizzati solo per “lavoretti” con la nuova normativa i datori di lavoro possono pagare prestazioni che inizialmente non erano previste nel concetto di “buono lavoro“. Senza contare che i voucher per il lavoro accessorio non possono far emergere tutto il lavoro nero ma solo quella quota parte che si può qualificare come occasionale e accessorio. Il Referendum della CGIL chiede la cancellazione del lavoro accessorio.

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