Economia

Via della Seta: così i sovranisti “vendono” l’Italia alla Cina

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Ad agosto i sovranisti al governo del nostro Paese avevano mandato il ministro dell’Economia Giuseppe Tria in missione in Cina e accarezzavano il sogno che Pechino e Mosca potessero comprare parte del debito pubblico italiano. Oggi invece si parla della Belt and Road Initiative (BRI), la nuova Via della Seta e l’Italia potrebbe essere il primo paese del G7 ad aprire ai cinesi porti ed infrastrutture. L’Italia ha infatti deciso di avviare i negoziati con la Cina che dovrebbero portare alla firma di un memorandum d’intesa sulla BRI.

Cos’è la Belt and Road Initiative 

Il nostro Paese non è l’unico stato membro dell’Unione Europea ad aver siglato un memorandum sulla nuova Via della Seta. Lo hanno già fatto Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Grecia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Slovenia. Un altro stato, il Lussemburgo, ha invece avviato una trattativa. Di questi però l’Italia è l’unico a far parte del G7 e la notizia ha destato una certa preoccupazione a livello europeo tant’è che la Commissione ha manifestato l’intenzione di “richiamare” il nostro Paese. Nemmeno agli USA è piaciuta questa manovra di avvicinamento ma questo in fondo poco importa a chi da anni predica la necessità di riprenderci la nostra sovranità sia nei confronti di Bruxelles che di Washington.

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Il punto però è che aprire agli investimenti cinesi è una cosa (e può essere anche una scelta legittima e non disastrosa), sostenere di farlo in nome della sovranità nazionale e per poter magari sganciarsi dall’orbita UE è un’altra. Ed è una balla. Perché la Belt and Road Initiative non è altro che una delle strategie adottate dalla Cina per rafforzare il suo ruolo politico a livello globale. Si tratta di una rete di infrastrutture ferroviarie e stradali e di porti per collegare la Cina con l’Europa, un progetto da oltre mille miliardi di dollari. Insomma la Cina ha bisogno di ampliare la sua sfera di influenza commerciale e come sempre in questi casi gli investimenti hanno un prezzo. Lo sanno bene i greci che hanno deciso di vendere all’azienda di Stato cinese COSCO (China Ocean Shipping Company) il porto del Pireo, il principale porto del Paese.

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E i nodi sono rapidamente venuti al pettine, come ha mostrato un’inchiesta di Report che ha rivelato l’esistenza di una questione di diritti negati per i lavoratori interinali del porto così come della perdita di controllo sulle attività portuali da parte del governo. Certo sono arrivati i soldi ma in cambio la Grecia ha fatto in modo di bloccare le iniziative della UE nei confronti della Cina, ad esempio quelle sui diritti umani oppure il documento di condanna sulle aggressioni di Pechino nel mar cinese meridionale. Ma la COSCO in questi anni non ha messo piede solo ad Atene ma anche – attraverso partecipazioni azionarie – in una dozzina di porti europei. Ad esempio Cosco detiene il 40% del terminal portuale di Vado Ligure ed un altro 10% è in mano della Qingdao Port International Development (QPI). Il memorandum non impegna l’Italia a vendere alcunché, ma costituisce un importante punto di partenza per una ulteriore trattativa.

Il dilemma del sovranista

Entrare nell’area di influenza della Cina non è necessariamente “il male” o almeno non lo è più che stare in quella di Washington. Ma pur sempre di area di influenza si tratta. I sovranisti – soprattutto quelli che caldeggiano l’idea di un’uscita dall’euro e dall’Unione Europea – probabilmente immaginano che l’Italia possa trattare alla pari con la Cina. Ma anche questa è una pia illusione, perché il nostro Paese non ha la forza di farlo. Non perché siamo un paese piccolo (e lo siamo) ma perché lo siamo in confronto alla Cina. Diverso sarebbe invece trattare coi cinesi come UE, ma questa mancanza di unità di intenti non è un problema solo italiano.

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Il problema italiano è quello di chi crede che aprire i porti (curiosa espressione) ai cinesi possa andare di pari passo con la difesa degli interessi economici e commerciali italiani. Di Maio nei mesi scorsi ci ha raccontato il grande successo della trattativa commerciale che consentirà di esportare arance e agrumi italiani in Cina via aereo. Non ha raccontato però che i cinesi sono uno dei maggiori produttori mondiali di agrumi e non ha spiegato cosa se ne dovrebbero fare delle costose arance italiane d’importazione.

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E ancora: come faranno i sovranisti nostrani ad imporre dazi sui prodotti cinesi dopo aver spalancato le porte e venduto porti e infrastrutture alle aziende di Stato cinesi? Nel 2012 Salvini al Parlamento Europeo parlava di una necessità di imporre dazi sui pannelli solari made in China. A gennaio dello scorso anno prometteva che se fosse andato al governo avrebbe fatto come Trump e avrebbe messo «dazi a protezione del made in Italy pur di difendere i lavoratori e gli imprenditori italiani». Anche il M5S nel 2016 lanciava l’allarme sul pericolo dell’eliminazione dei dazi alla Cina definendolo “un attentato al Made in Italy”. Tutto questo mal si concilia con l’intenzione di entrare a far parte integrante, anzi di diventare il terminale, della nuova Via della Seta, soprattutto se questo significa vendere i porti italiani a Pechino.

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Ci sono poi anche delle questioni morali. I 5 Stelle in particolare ci hanno fatto una testa così sul neocolonialismo francese in Africa con la storia del Franco CFA. Ma nel continente africano la Cina sta facendo le stesse cose, oltre a numerose infrastrutture ad esempio ha costruito un’importante base militare in Gibuti, un paese del Corno d’Africa di importanza strategica per il controllo delle merci che transitano lungo il Mar Rosso attraverso il Canale di Suez fino al Mediterraneo. Infine c’è la questione Huawuei, il colosso delle telecomunicazioni cinesi potrebbe entrare nella nella gestione delle reti 5G di ultima generazione. Dal momento che si tratta di un importante settore strategico, della questione se ne è parlato ieri al Copasir, oggi il premier Conte ha sottolineato che «l’italia non ha bisogno di essere salvata da nessuno» che la sicurezza del nostro Paese viene prima di tutto. Chissà cosa ne pensano i sino-sovranisti nostrani. Che non sono i soli a guardare con attenzione alla Cina visto che l’Ungheria di Orbán ha aperto alla realizzazione della ferrovia Budapest-Belgrado, pagata da Pechino.

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